COMMISSIONE D'INDAGINE
Relazione ULIVO - 20 settembre 2001
I Commissione - Giovedì 20 settembre 2001
ALLEGATO
PROPOSTA ALTERNATIVA DI DOCUMENTO CONCLUSIVO PRESENTATA DAI
DEPUTATI LUCIANO VIOLANTE, MARCO BOATO, GIANNICOLA SINISI,
GIANCLAUDIO BRESSA, GRAZIA LABATE, ANTONIO SODA, KATIA ZANOTTI
Introduzione
Nei giorni 19, 20 e 21 luglio 2001 si tenne a Genova il cosiddetto G8, vertice dei sette Paesi più
industrializzati del mondo più la Russia. I giorni dei vertice furono caratterizzati da gravi disordini e
dalla morte di un giovane manifestante, Carlo Giuliani, che fu colpito da un colpo d'arma da fuoco
esploso da un carabiniere accerchiato da manifestanti. I gruppi parlamentari dell'Ulivo chiesero
un'indagine parlamentare; ricevuta dalla maggioranza una risposta negativa presentarono una
mozione di sfiducia nei confronti del Ministro degli Interni Claudio Scajola. Il Senato respinse la
mozione di sfiducia. Successivamente, anche per l'impegno politico e parlamentare del centrosinistra,
per la domanda di verità che veniva dai mezzi d'informazione e dall'opinione pubblica, per
il moltiplicarsi di notizie di abusi perpetrati nei confronti di manifestanti inermi, per l'irritazione che
i fatti avevano suscitato in molti paesi europei, la maggioranza fu costretta ad approvare la richiesta
d'indagine parlamentare.
Il 1 agosto tanto la Commissione Affari Costituzionali del Senato quanto l'analoga Commissione
del Senato approvarono la richiesta d'indagine sulla quale i gruppi parlamentari del centro sinistra
aveva continuato ad insistere.
Conseguentemente il Presidente della Camera attivava le procedure per addivenire alle intese con il
Presidente del Senato necessarie per procedere allo svolgimento congiunto da parte delle due
Commissioni dell'indagine conoscitiva.
Le intese perfezionate in data 2 agosto 2001, prevedevano che le due Commissioni avrebbero
proceduto nell'indagine costituendo un apposito Comitato paritetico costituito da 36 membri (18
deputati e 18 senatori) ripartiti tra i Gruppi secondo i consueti criteri vigenti per la formazione degli
organi bicamerali, secondo i criteri della rappresentatività e della proporzionalità dei Gruppi, nel
rispetto del margine di maggioranza.
Il Comitato sarebbe stato presieduto da un deputato in applicazione della prassi secondo la quale il
Regolamento destinato a disciplinarne l'attività è quello della Camera che per prima ha deliberato
l'indagine conoscitiva.
L'Ufficio di Presidenza del Comitato (composto, oltre che dal Presidente, da due Vice Presidenti e
da due segretari) sarebbe stato nominato sulla base delle intese raggiunte in sede di Uffici di
Presidenza congiunti delle due Commissioni, integrati dai rappresentanti dei Gruppi, ovvero, in
mancanza di unanimità eletto - come da prassi - direttamente dal Comitato.
Il termine per la conclusione dell'indagine veniva fissato per il 20 settembre 2001.
Nella riunione del 3agosto 2001, gli Uffici di Presidenza, entrambi integrati dai rappresentanti dei
Gruppi, delle due Commissioni procedevano alla Costituzione del Comitato paritetico per l'indagine
conoscitiva.
Il Comitato è stato quindi composto, in base alle designazioni dei Gruppi, dai deputati Donato
Bruno (FI), Fabrizio Cicchitto (FI), Filippo Mancuso (FI), Nitto Francesco Palma (FI), Michele
Saponara (FI), Luciano Violante (DS-U), Antonio Soda (DS-U), Grazia Labate (DS-U), Katia
Zanotti (DS-U), Gianfranco Anedda
(AN), Roberto Menia (AN), Filippo Ascierto (AN), Gianclaudio Bressa (Margherita, DL-L'Ulivo),
Giannicola Sinisi (Margherita, DL-L'Ulivo), Marco Boato (Misto), Erminia Mazzoni (CCD-CDUBiancofiore),
Pietro Fontanini (LNP), Graziella Mascia (RC) e dai senatori Gabriele Boscetto (FI),
Luciano Falcier (FI), Maria Claudia Ioannucci (FI); Andrea Pastore (FI), Antonio Tommasini (FI),
Franco Bassanini (DS-U), Massimo Villone (DS-U), Antonio Iovene (DS-U), Luciano Magnalbò
(AN), Luigi Bobbio (AN), Ida Dentamaro (Margherita, DL-L'Ulivo), Pierluigi Petrini (Margherita,
DL-L'Ulivo), Antonio Del Pennino (Misto), Cesare Marini (Misto), Graziano Maffioli (CCD-CDUBiancofiore),
Cesarino Monti (LNP), Sauro Turroni (Verdi- l'Ulivo) e Alois Kofler (Per le
autonomie).
L'ufficio di presidenza del Comitato è stato cosi' costituito: Presidente: Donato Bruno;
Vicepresidenti: deputato Gianfranco Anedda e senatore Franco Bassanini; Segretari: deputato
Gianclaudio Bressa e senatore Graziano Maffioli.
Gli uffici di presidenza integrati dai rappresentanti dei gruppi della I Commissione della Camera e
della 1a Commissione del Senato, nel corso della stessa riunione, hanno convenuto che l'indagine
conoscitiva avrebbe avuto ad oggetto i fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.
Nella medesima giornata del 3 agosto 2001 si è riunito l'Ufficio di Presidenza del Comitato,
integrato dai rappresentanti dei Gruppi, che ha deliberato il programma dei lavori del Comitato
medesimo. In particolare si è convenuto che il Comitato tenesse i propri lavori nel corso delle
settimane dal 7 al 9 agosto, dal 28 al 30 agosto, dal 4 al 6 settembre e dall'11 al 13 settembre.
I lavori del Comitato sono iniziati il 7 agosto 2001 e sono proseguiti con lo svolgimento delle
audizioni, sino al 7 settembre 2001. Le sedute dedicate allo svolgimento di audizioni sono state 10;
le audizioni svolte sono state complessivamente 27.
Conclusa questa fase procedurale, secondo quanto convenuto nelle intese dei Presidenti dei due
rami del Parlamento, nella riunione dell'Ufficio di Presidenza del Comitato, integrato dai
rappresentanti dei Gruppi, del 7 settembre 2001 si è stabilito che il Comitato avrebbe proseguito i
lavori per la predisposizione di uno schema di documento conclusivo.
Si è convenuto in proposito che i lavori istruttori, finalizzati alla predisposizione di una bozza dello
schema conclusivo, si sarebbero svolti in sede di Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti
dei gruppi alle cui riunioni sarebbero stati, comunque, invitati a partecipare tutti i componenti del
Comitato.
Sulla base degli orientamenti emersi in sede di Ufficio di presidenza, il Presidente avrebbe
presentato uno schema di documento conclusivo da sottoporre al Comitato in seduta plenaria ai fini
della sua adozione; si è altresì stabilito che in tale sede non si sarebbe proceduto a votazione di
eventuali proposte emendative, il cui esame sarebbe stato riservato alla fase di discussione presso le
due Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato, sulla base delle rispettive norme
regolamentari.
Lo schema illustrato dal Presidente al Comitato ed alla Commissione non è condiviso dai
presentatori di questa relazione. Essi esprimono apprezzamento per il modo equilibrato ed efficace
con il quale i lavori sono stati diretti dall'on. Bruno; ma non condividono il documento presentato
perché non contiene una precisa descrizione degli eventi, non ha approfondito i fatti di particolare
rilievo, a partire dalla dinamica degli incidenti che portarono alla morte di Carlo Giuliani, è privo di
proposte per la gestione migliore dell'ordine pubblico, è privo, infine, di una valutazione
complessiva degli eventi di Genova.
Impostazione della relazione
Questa relazione si articola in quattro capitoli. Il primo descrive il corso degli eventi. Il secondo si
sofferma sui tre episodi più gravi: la morte di Carlo Giuliani, la perquisizione nella scuola Diaz, gli
avvenimenti verificatisi nella caserma di Bolzaneto. Il terzo analizza le questioni più strettamente
relative all'ordine pubblico in Genova e propone alcune misure per una più ordinata gestione della
sicurezza. Il quarto presenta un contributo politico interpretativo della vicenda. Le brevi conclusioni
riassumono alcuni punti d'indirizzo politico.
Capitolo I
I FATTI DI GENOVA
Le Fonti
I fatti sono ricostruiti sulla base della documentazione acquisita dal Comitato nel corso delle
audizioni, delle dichiarazioni rese dalle persone ascoltate, delle relazioni, anche riservate, trasmesse
o consegnate al medesimo Comitato, dei filmati e delle foto.
I documenti audiovisivi sono stati confrontati fra loro, localizzando gli episodi sulla cartografia di
Genova e riscontrandone gli orari attraverso le relazioni di servizio delle forze dell'ordine e il
brogliaccio delle comunicazioni radio dei servizi di OP.
Nei casi più significativi, si è indicata specificamente la fonte dell'informazione.
Le immagini video relative alla perquisizione della scuola Pertini (ex Diaz) sono state confrontate
con le planimetrie dei vari piani dell'edificio.
1. Le manifestazioni del 19 luglio: le donne iraniane e il corteo dei migrantes
Il 19 luglio, promosse rispettivamente dalle «Donne Democratiche Iraniane» e dal «Genova Social
Forum (GSF) », si svolgono regolarmente e senza incidenti due cortei. In particolare il secondo
corteo, quello dei migrantes, è composto da circa 50.000 persone, si sviluppa da piazza Sarzano a
piazza Kennedy, ha un carattere festoso e suscita manifestazioni di solidarietà da parte dei cittadini.
Il colonnello Tesser ha informato il Comitato che nella serata, dopo la conclusione del corteo,
alcuni sconosciuti gettano sassi contro Forte S. Giuliano (1), sede del comando regionale dell'Arma.
2. Le manifestazioni del 20 luglio: le piazze tematiche; il corteo della CUB; il corteo delle Tute
Bianche.
2.1 Il Blocco Nero - I Black Blockers
L'ordinanza del 12 luglio 2001 del questore Colucci dimostra una perfetta conoscenza della frangia
definita anarco-insurrezionalista, i così detti black blockers, dei loro comportamenti e metodi;
definisce la strategia per il loro contenimento e contrasto attraverso contingenti di forze dell'ordine
molto mobili, per accerchiarli e bloccarli.
Le relazioni riservate del SISDE del 19 e 20 luglio hanno dato conto di due distinte riunioni degli
esponenti che si richiamano ai black blockers nelle quali erano state discusse le modalità degli
attacchi programmati per la giornata del 20 luglio, l'ora e il luogo in cui essi sarebbero iniziati. I
servizi informano che circa 300/500 militanti si sarebbero concentrati, alle ore 12 in piazza Paolo
Da Novi. Alle due riunioni di cui alle note 189 e 201 del SISDE, partecipano esponenti di gruppi
italiani, tedeschi, greci, spagnoli e inglesi che vogliono alzare il livello dello scontro e comunque
causare danni ingenti.
Entrambe le note, oltre ad essere trasmesse ai vertici delle forze dell'ordine con fax urgente, sono
direttamente comunicate alla Digos di Genova. Come si vedrà poi, il giorno 20 luglio i black
blockers si concentreranno appunto in piazza Paolo Da Novi iniziando da lì le loro devastazioni.
Le preventivate azioni di contrasto non vengono messe in atto.
Nella mattinata del 20 luglio, poco dopo le ore 11.30, un folto corteo di black blockers risale via
Rimassa e corso Torino, diretto verso piazza Da Novi, piazza tematica «autorizzata», dove si sta
svolgendo il presidio dei Cobas.
Lungo il percorso per accedere alla zona, i black blockers devastano, incendiano usano i cassonetti
per erigere barricate. All'altezza di corso Buenos Aires i black blockers attaccano i Carabinieri che
cominciano ad arretrare in piazza Paolo Da Novi.
I Cobas abbandonano il presidio per non essere coinvolti nello scontro tra black blockers e
Carabinieri.
I Carabinieri si fermano all'incrocio tra corso Buenos Aires e corso Torino, mentre i Cobas,
arretrando da piazza Paolo Da Novi, si dirigono verso piazza Palermo, già colpita da incendi e
devastazioni, e poi attraverso via Casaregis si spostano verso piazzale Kennedy. Nel frattempo i
black blockers occupano tutta la zona tra corso Buenos Aires e via Casaregis percorrendo via
Rimassa per raggiungere il meeting point di piazzale Kennedy. In questo percorso devastano l'area
Bank, danneggiano gravemente un distributore, incendiano cassonetti che utilizzano come barricate
per intralciare il passaggio delle forze dell'ordine.
I Carabinieri giungono in piazzale Kennedy e lanciano candelotti lacrimogeni. I black blockers
fuggono percorrendo la scaletta che da corso Italia porta a via Nizza.
Durante la fuga, passano davanti ad un contingente della Guardia di Finanza, che non interviene (2).
Il battaglione Tuscania, inviato sul luogo, sbaglia strada, come confermato dalla nota del 3 agosto
2001 del dott. Zazzaro, responsabile della Sala radio della Questura di Genova; giunge pertanto in
ritardo, quando i black blockers si sono già allontanati.
I Carabinieri circondano, invece, il meeting point, dove si sono asserragliati i Cobas.
Da via Nizza, i black blockers indisturbati si dirigono verso piazza Palermo; durante il percorso si
fermano davanti ad un Commissariato della PS e lanciano pietre; esce dalla porta un agente,
disarmato, che inveisce contro di loro: i black blockers si ritirano dopo aver danneggiato un'auto.
Attraversano piazza Tommaseo e, lungo via Montevideo e adiacenti, convergono alle ore 13.15
circa verso la congiunzione tra corso Gastaldi e via Tolemaide. Vengono date alle fiamme alcune
auto. Le forze dell'ordine non intervengono; alcuni elicotteri sorvolano la zona.
L'assembramento dei black blockers, raggiunta una certa consistenza numerica, si avvia per via
Tolemaide addirittura con bandiere nere e tamburi, dando vita ad una sconcertante parata
esibizionistica.
A differenza di quanto asserito, i black blockers non si muovono sempre per piccoli gruppi
cercando di infiltrarsi nel corteo principale; in questa occasione si muovono come gruppo
autonomo, compatto e facilmente contrastabile.
All'altezza di corso Torino, i black blockers si esibiscono per le telecamere di tutte le televisioni. I
Carabinieri osservano immobili a non più di duecento metri di distanza.
Successivamente invece di dirigersi verso piazza Verdi e la Zona Rossa, il corteo dei black blockers
attraversa il tunnel della ferrovia e si indirizza in corso Sardegna, dove attacca un ufficio postale, e
poi, all'angolo di piazza Giusti, assalta un distributore e quindi un supermercato; le forze dell'ordine
continuano a non intervenire.
I black blockers si spostano quindi verso il ponte sul fiume Bisagno bruciando una Mercedes: la
colonna di fumo si vede da lontano.
In via Canevari si raggruppano, bruciano altre auto e danneggiano un distributore. Sono le 14.20,
come si vede dall'orologio che compare nelle riprese televisive. È passata più di un'ora dalla
partenza del loro «corteo». Un'ora durante la quale i black blockers hanno devastato un'area vasta
della città, agendo del tutto indisturbati, nonostante le fiamme dell'ultimo rogo siano ben visibili
anche da piazza Verdi, oltre la galleria, dove sono attestati centinaia di poliziotti e carabinieri.
I black blockers risalgono poi via Canevari verso Nord, lasciando una scia di devastazione e di
incendi. Raggiungono così piazzale Marassi dove c'è la casa circondariale, presidiati da un piccolo
contingente di carabinieri: 39 militari e 3 furgoni. Qui si dividono. Un gruppo risale la scaletta
Montaldo per raggiungere piazza Manin, dove sono concentrati i pacifisti della Rete Lilliput.
I black blockers lanciano sassi verso i Carabinieri. All'assalto, eseguito da pochi black blockers,
assiste dal ponte un centinaio di persone, alcune delle quali vestite di nero.
I Carabinieri arretrano con i loro furgoni, formano un piccolo carosello, lanciano qualche
lacrimogeno, quindi si allontanano; i black blockers assaltano il portone del carcere, lanciano una
molotov verso le finestre dell'edificio e distruggono la targa della casa circondariale (3).
L'altro gruppo dei black blockers, che aveva raggiunto piazza Manin, era stato fronteggiato dai
manifestanti pacifici, che lì avevano organizzato la piazza tematica «autorizzata».
Alle ore 15.09 la sala operativa della Questura invia il dirigente Pagliuzzo Bonanno con 100 unità
dei reparti mobili di Bologna e Firenze a piazza Manin, verso la quale il dirigente medesimo ordina
un lancio di lacrimogeni (ore 15.19).
Mentre i black blockers si allontanano in direzione di corso Armellini, dove erigono barricate con
cassonetti e sfasciano le vetture in sosta, le forze dell'ordine caricano i manifestanti della Rete
Lilliput, Legambiente, Marcia delle donne, Rete contro il G8 e altri che hanno le mani alzate e non
attaccano le forze di polizia (4).
Nel frattempo i black blockers, indisturbati, alzano barricate in corrispondenza di piazza
S.Bartolomeo degli Armeni e ricostituiscono il loro gruppo in corso Solferino e agiscono ancora
una volta indisturbati lungo via Palestro, corso Magenta e corso Paganini.
Seguendo le indicazioni della sala operativa, le forze dell'ordine guidate dal dottor Pagliuzzo
Bonanno si attestano in piazza Marsala.
Alle ore 14.30 circa, un residuo gruppo di appartenenti al corteo dei black blockers, che si era in
precedenza diretto verso corso Sardegna, si attarda in via Torino ed alla minacciata carica del
reparto di polizia comandato dal dottor Mondelli fugge verso il tunnel della ferrovia attraversando
via Tolemaide, lungo la quale sta sopraggiungendo il corteo delle «tute bianche» preceduto dal così
detto «gruppo di contatto».
I Carabinieri, guidati dal dottor Mondelli non inseguono la retroguardia dei black blockers che
fugge al di la della ferrovia, e che poi si dirigerà verso Marassi, ma, come si vede dai video di
Telegenova, di Indymedia e del regista Davide Ferrario, caricano il gruppo di contatto del corteo
delle «tute bianche» e subito dopo il corteo medesimo.
I black blockers compariranno anche nella giornata del 21 luglio.
L'episodio più inquietante è testimoniato dal video consegnato dall'on. Labate e dalle comunicazioni
della centrale operativa della Questura, da cui risulta che per oltre mezz'ora un gruppo di black
blockers ha potuto agire indisturbato in via Rimassa, approvvigionandosi di aste di legno e di
mattoni in una banca e in altri uffici saccheggiati il giorno prima.
I fatti sopra esposti e la loro concatenazione indicano con chiarezza che nei confronti dei più
violenti, identificati nella frangia anarco-insurrezionalista dei black blockers non sono state poste in
essere le necessarie misure di contenimento e contrasto, pur individuate dalla ordinanza del questore
Colucci del 12 luglio 2001 e confermate nella riunione operativa del 13 luglio.
I black blockers sono stati lasciati liberi di agire indisturbati, seguiti, talvolta, da contingenti di forze
dell'ordine che non riescono a raggiungerli e che a volte si scontrano con gruppi di manifestanti
pacifici. In piazza Manin sono stati i pacifisti a tentare di respingere i black blockers.
Le azioni dei black blockers sono state seguite dall'alto dagli elicotteri; le loro evoluzioni e la loro
localizzazione risultano chiaramente dalle comunicazioni radio da e verso la sala operativa della
questura.
I filmati consegnati al Comitato mostrano in più di un'occasione manifestanti pacifici respingere
violenti vestiti di nero, intenti a sfasciare vetrine o ad introdursi all'interno dei cortei.
Il filmato del regista Davide Ferrario mostra altresì, in occasione degli scontri di via Tolemaide del
20 luglio, un uomo vestito di nero e travisato che avanza, solo, a brevissima distanza, verso un
reparto di Carabinieri, che arretrano.
2.2. Le Piazze Tematiche e i cortei
Il GSF ha tenuto frequenti contatti con il Questore, Autorità locale di pubblica sicurezza, per
informarlo delle diverse iniziative progettate. Gli atti principali sono una richiesta del GSF del 16
luglio ed un successivo provvedimento del Questore del 19 luglio.
Con la richiesta del 16 luglio, il GSF informa il Questore di Genova che nel corso delle giornate del
vertice si sarebbero tenute manifestazioni statiche e cortei; dal preavviso risulta l'intenzione di
diverse associazioni aderenti al GSF di accerchiare simbolicamente la zona rossa.
Questo documento è stato consegnato al Comitato dal dottor Vittorio Agnoletto il 6 settembre, nel
corso dell'audizione, ma non compare nella documentazione trasmessa al Comitato dal Prefetto di
Genova e dal Questore Colucci.
Il provvedimento del 19 luglio del Questore di Genova prende atto delle iniziative che si sarebbero
svolte nelle cosiddette piazze tematiche, prende atto altresì dello svolgimento, in data 20 luglio
2001, della manifestazione della CUB a ponente e del corteo delle «tute bianche» sino a piazza
Verdi, vietando il corteo per il tratto tra piazza Verdi e piazza De Ferrari. Il corteo delle «tute
bianche» può svolgersi pertanto solo fino a piazza Verdi.
Le iniziative nelle piazze tematiche si sono svolte secondo i preavvisi depositati e conformemente
alle prescrizioni notificate dalla Questura.
Erano note le organizzazioni e i responsabili:
Presidio di piazza Manin/via Assarotti: Rete Lilliput, Legambiente, Marcia delle Donne e Rete
Contro G8.
Presidio di piazza Paolo Da Novi: Cobas, Network per i diritti globali e Movimento antagonista
Toscano.
Corteo di piazza Di Negro: la CUB con l'adesione dello Slai Cobas.
Corteo di corso Gastaldi: Tute bianche, Giovani Comunisti, Rage di Roma, Rete No Global di
Napoli.
Piazza Dante: Arci, Attac, Fiom Cgil, Rifondazione Comunista, Unione degli Studenti, Unione
degli Universitari, Centri Sociali di Milano Torchiera e Baraonda, Cerchio G8 Lila.
Il GSF fin dal 9 maggio 2001 aveva formalmente presentato al Questore di Genova il preavviso per
alcune manifestazioni in forma statica in alcune piazze (piazze tematiche) nelle quali diverse
associazioni aderenti al GSF intendevano, sulla base delle proprie specificità, comunque «cingere
d'assedio» la Zona Rossa.
Ancora nell'ordinanza del Questore del 12 luglio la decisione sulle piazze tematiche è sospesa e
rinviata ad una data successiva. Ad una riunione indetta dal questore il 13 luglio prendono parte
tutti i funzionari di pubblica sicurezza e gli ufficiali delle altre forze di polizia e delle forze armate
impegnati nella gestione del G8. Intervengono, in particolare, il prefetto di Genova, il prefetto
Andreassi, il Capo della Polizia, il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, l'ambasciatore
Vattani e il Ministro dell'Interno. In tale riunione viene deciso di modificare nella sostanza
l'ordinanza del prefetto del 2
giugno 2001, rendendo così possibili manifestazioni di piazza all'interno della Zona Gialla, allo
scopo di alleggerire la tensione con manifestanti che si preannunciavano del tutto pacifici, come
riferito dal Ministro Scajola al Comitato (5).
Il Prefetto Andreassi, a sua volta, con riferimento alla riunione del 13 luglio precisa:
«La parte preponderante dei manifestanti apparteneva a movimenti non violenti, alcuni dei quali
avrebbero compiuto azioni dimostrative anche a ridosso della Zona Rossa per simboleggiare
l'invasione o l'accerchiamento. Nei confronti di costoro occorreva limitarsi ad un cauto controllo per
impedire che certe iniziative potessero debordare».
Il Prefetto Andreassi aggiunge inoltre:
«Completai queste direttive rinnovando, in una sorta di decalogo, le indicazioni che avevo più volte
ripetuto e dalle quali erano state tratte alcune delle regole contenute in un vademecum, ormai
ampiamente noto, distribuito a tutto il personale» (6).
Con decreto del Questore di Genova del 19 luglio 2001 si prende atto delle manifestazioni stanziali
nelle piazze Manin, Villa, Dello Zerbino, Paolo Da Novi, Dante e Carignano.
La manifestazione stanziale di piazza Manin è organizzata da Rete Lilliput, Legambiente, Marcia
delle Donne e Rete contro il G8; la manifestazione stanziale di piazza Dante è organizzata da Arci,
Attac, Lila, Rifondazione Comunista, Fiom, Udi, Uds e alcuni centri sociali; la manifestazione
stanziale di piazza Da Novi è organizzata da Cobas, Network per i diritti globali e dal Movimento
antagonista toscano, tutti aderenti al GSF.
In piazza Dante e nelle piazze Corvetto e Marsala vengono inscenate azioni dimostrative volte a
violare simbolicamente la Zona Rossa. Le relazioni di servizio delle forze di polizia e dei
carabinieri impiegati per contrastare tali azioni, e le stesse immagini dei filmati, testimoniano però
che si è trattato di azioni non solo simboliche: le barriere metalliche sono state scosse, si è tentato di
aprire dei varchi e di scavalcare le recinzioni. I manifestanti sono stati fermati mediante gli idranti
del Corpo Forestale dello Stato6 ; due francesi, che erano passati attraverso un varco nella griglia,
sono fermati ed accompagnati fuori della zona rossa.
Intorno alle 14 avvengono incidenti tra le forze dell'ordine ed i black blockers nei pressi di piazza
Alessi.
Verso le 15 il corteo di Globalize Resistence raggiunge le due piazze Dante e Carignano.
Le notizie degli scontri e delle devastazioni si infittiscono e alle 15,45 il sindaco della città rivolge
un appello a Vittorio Agnoletto portavoce del GSF, chiedendo che cessino le manfestazioni sulle
piazze tematiche poiché la città è devastata, la tensione non è più tollerabile, e le forze dell'ordine
impegnate a fronteggiare le iniziative del GSF non riescono a far fronte ai focolai dei violenti. La
telefonata è trasmessa in diretta televisiva su Primocanale.
Poco più tardi il dott. Agnoletto comunica al sindaco e al Prefetto Andreassi la decisione di
sospendere la manifestazione in piazza Dante. La piazza alle ore 16.30 viene effettivamente
abbandonata dai manifestanti, che si dispongono in corteo per risalire lungo via Fieschi e
raggiungere il meeting Point di Piazzale Kennedy. La polizia lancia due, tre lacrimogeni sulla coda
del corteo, si crea panico e disordine ma tutto si ricompone; piazza Dante alle 17 è sgombra ed il
corteo raggiunge pacificamente piazzale Kennedy.
In piazza Manin, circa alle ore 15.10, al sopraggiungere dei black blockers, che avevano
precedentemente assaltato la casa circondariale di Marassi, si verifica una contrapposizione fra i
pacifisti e i black blockers all'imbocco di via Assarotti. Ma non appena i black blockers si
allontanano, gli agenti della Polizia di Stato, preceduti da un lancio di lacrimogeni, irrompono in
piazza Manin e caricano i manifestanti pacifici che, come risulta dalle comunicazione radio della
sala operativa, hanno le mani alzate.
In questa circostanza, così come in piazza De Novi in relazione alla manifestazione dei Cobas, il
comportamento delle forze dell'ordine ha palesemente contraddetto le direttive generali
correttamente ricordate dal Prefetto Andreassi nella citata audizione del 28 agosto 2001. Con
decisione analoga a quella presa dai manifestanti di piazza Dante, e nello stesso torno di tempo,
anche i manifestanti di piazza Manin decidono di smobilitare il proprio presidio e di raggiungere
piazzale Kennedy.
2.3. Il corteo della CUB a Ponente
L'ordinanza del Questore del 12 luglio sospende la decisione relativa al corteo della CUB da piazza
Montano a Fontana Marose, preavvisato sin dai primi di maggio.
Fino alla sera del 17 luglio non vi è alcuna certezza sul percorso del corteo e solo a tarda sera vi è
una formale presa d'atto, con prescrizioni che limitano il percorso da piazza Montano a piazza Di
Negro.
La decisione riguardante la presa d'atto del corteo con partenza da Ponente deriva dal mutato
orientamento dei vertici delle forze di polizia finalizzato a ridurre la tensione.
L'ordinanza del questore del 19 luglio fa esplicito riferimento alla presa d'atto del corteo della CUB.
Il corteo, piuttosto omogeneo nella sua composizione, a cui partecipano delegazioni dello SLAI
COBAS, del sindacato USI e anche il Coordinamento Anarchici contro il G8 (FAI) e del Campo
Antimperialista, si svolge regolarmente nonostante alcuni attimi di tensione, risolti senza particolari
complicazioni (7).
2.4. Il corteo delle «tute bianche» dallo stadio Carlini a via Tolemaide.
Tra le manifestazioni preannunciate dal G.S.F. al Questore di Genova era indicato il corteo delle
«tute bianche» del 20 luglio che
sarebbe partito dallo stadio Carlini attraverso corso Gastaldi, via Tolemaide, piazza Verdi fino a via
XX settembre e piazza De Ferrari.
Il 19 luglio il Questore di Genova emette il già ricordato decreto con il quale, prendendone atto,
pone limiti al predetto corteo, vietandone la prosecuzione oltre piazza Verdi, al limite esterno della
zona gialla.
Lo stesso 19 luglio il Questore emette una nuova ordinanza di servizio, a parziale modifica ed
integrazione della precedente del 12 luglio, contenente la disciplina dei servizi di ordine e sicurezza
pubblica per il 20 luglio. Nella parte preliminare dell'ordinanza si elencano le manifestazioni del 20
luglio, non si fa cenno alla manifestazione di cui trattasi, come se essa non fosse prevista. Solo a
pagina 5 della predetta ordinanza si richiama il corteo e se ne delimita il percorso, assegnando
quindi i contingenti di forze dell'ordine, da impiegare prevalentemente in piazza Verdi, all'ingresso
della quale il corteo dovrà concludersi.
L'ordinanza non dispone che il corteo sia preceduto, seguito ed affiancato da contingenti di forze
dell'ordine, allo scopo anche di garantirne un tranquillo svolgimento, così come invece era previsto
dalla precedente ordinanza di servizio del 12 luglio del questore di Genova.
Inspiegabilmente tutte le audizioni, fino a quella del 6 settembre del dott. Agnoletto, non informano
il Comitato circa la legittimità del corteo delle «tute bianche» dallo stadio Carlini a via Tolemaide.
Al contrario, tanto la comunicazione del Ministro dell'interno Scajola alla Commissione Affari
Costituzionali del Senato e in Aula della Camera il 23 luglio quanto le dichiarazioni di tutti coloro
che avevano responsabilità dirette ed indirette per l'ordine pubblico affermano che il corteo era
vietato.
Il Colonnello dei Carabinieri Tesser ancora il 10 settembre invia una relazione al Comitato, con cui
trasmette le relazioni di servizio dei responsabili dei contingenti dei Carabinieri durante il G8, nella
quale afferma che il corteo non è autorizzato.
Fino al 6 settembre quindi l'intero Comitato ha ricevuto informazioni inesatte. La circostanza è
grave perché in relazione proprio a questo corteo e alla dinamica dei fatti ad esso connessi, si
originarono gli scontri poi culminati tragicamente nella morte di Carlo Giuliani.
Il corteo parte intorno alle ore 13 dallo stadio Carlini. Al suo interno, confuso tra i manifestanti, si
ritrova un giornalista di Studio Aperto della Mediaset, Franco Berruti, che inizia la sua trasmissione
diretta dallo stadio Carlini alle ore 12.32 (8). Il giornalista afferma in diretta che i manifestanti si
sentono rassicurati e protetti dai container installati nella notte e che intendono manifestare in modo
non violento.
Alle ore 14.28 il giornalista nuovamente in diretta telefonica afferma ancora una volta che si tratta
di un corteo pacifico, attrezzato con soli scudi protettivi e che i componenti dichiarano di non voler
rompere nulla.
Il giornalista, alle ore 14.30, informa che i manifestanti hanno disarmato e allontanato alcuni
personaggi che impugnavano mazze. Quando il corteo giunge in prossimità di un'auto in precedenza
incendiata dai balck blockers, si vede e si ascolta chiaramente uno degli organizzatori ripetere più
volte che l'auto non è stata incendiata dai partecipanti al corteo.
Poco dopo le 14.30 il corteo, giunto in via Tolemaide in prossimità dell'intersezione con corso
Torino, viene caricato da un contingente di carabinieri.
L'azione è chiaramente descritta nei video di Telegenova e del regista Ferrario, oltre che in altri
filmati che mostrano le cariche , la situazione e il comportamento dei dimostranti e il successivo
svolgimento dei fatti. I filmati mostrano che dal corteo non viene lanciato alcun oggetto verso le
forze dell'ordine: né sassi, né bottiglie, né molotov.
Come già descritto nel paragrafo riguardante i black blockers, questi ultimi, verso le 14.30, dopo
aver percorso via Tolemaide ed altre strade compiendo indisturbati devastazioni ed atti vandalici,
imboccano il sottopassaggio della ferrovia e si dirigono verso corso Sardegna.
Mentre sopraggiunge il corteo delle tute bianche, un piccolo gruppo di black blockers si attarda in
corso Torino, da cui poi si allontana inseguito da un contingente dei Carabinieri; il gruppo imbocca
il tunnel sotto la ferrovia, dopo essere passato in mezzo al gruppo di contatto che precedeva il
corteo proveniente dal Carlini e che si era diviso in due parti per effetto dei lacrimogeni lanciati dai
Carabinieri. Le due parti del gruppo di contatto - nel quale erano presenti parlamentari, esponenti
politici, organizzatori del corteo e che comprendeva numerosi giornalisti, operatori televisivi e
fotografi - si erano spostate rispetto a corso Torino, la prima verso piazza Verdi, la seconda era
arretrata a fianco degli scudi.
Nel frattempo i Carabinieri, giunti all'intersezione, si dividono in due settori: il primo carica la parte
del gruppo di contatto in direzione di piazza Verdi, mentre l'altro prima fronteggia e poi carica la
testa del corteo non appena il primo gruppo, ritornato sui suoi passi, si ricongiunge (9).
In pochi minuti si vedono avanzare anche i cellulari dei Carabinieri che sostengono la carica. Inizia
così una fitta pioggia di lacrimogeni lanciati anche dai tetti dei palazzi e dal ponte della ferrovia. Le
cariche diventano continue, il corteo arretra prima lentamente poi più velocemente sotto l'assillo dei
blindati. La calca e la confusione sono terribili. Alcune centinaia di manifestanti corrono per le vie
laterali, bloccate dai Carabinieri, ed ingaggiano i primi scontri.
Il grosso del corteo arretra fino a corso Gastaldi per ritirarsi verso lo Stadio Carlini; nelle strade
limitrofe la situazione diventa caotica e gli scontri con le forze dell'ordine sono violenti e
continuano nei quartieri di San Martino e della Foce.
In questo scenario si verifica di tutto: mancanza di coordinamento tra le forze dell'ordine; reparti
pesanti che non riescono a raggiungere i luoghi delle emergenze in tempo utile, anche perché non
conoscono la città; le autoblindo dei Carabinieri si muovono con difficoltà perché le stradine sono
strette; un autoblindo viene incendiata da manifestanti, due Land Rover dei Carabinieri di supporto
logistico rimangono intrappolate in piazza Alimonda: una delle due riesce a disimpegnarsi, l'altra è
bloccata da un cassonetto; si erigono barricate, si risponde con lacrimogeni che annebbiano, e gli
assalti dei manifestanti diventano sempre più violenti.
Qui si consuma la tragedia che vede la morte di Carlo Giuliani. Dalle relazioni di servizio di Polizia
di Stato e Carabinieri, dalle comunicazioni telefoniche e via radio agli atti della Commissione, il
quadro della catena di comando e della gestione dell'ordine pubblico in questa zona appare
disordinato e con alcuni episodi anomali. Il corteo ridiscende via Tolemaide, ma all'altezza di via
Casaregis viene di nuovo attaccato. L'attacco a piazza Alimonda con la carica dei blindati è per
molti aspetti singolare: parte lateralmente, da via Caffa, per frantumare il corteo, ma non ha
successo e si trasforma in un vero e proprio inseguimento dei Carabinieri da parte dei manifestanti
(10); la colonna dei Carabinieri è del tutto isolata dal resto delle forze dell'ordine, che invece in altre
circostanze appaiono sempre e correttamente attente a ridurre le distanze tra i reparti. Lo scontro si
fa violento nei pressi di una Land Rover dei Carabinieri, mentre arriva un contingente della Polizia
di Stato che si blocca a circa 50 metri dall'auto da cui partiranno i due colpi d'arma da fuoco che
uccideranno Carlo Giuliani nell'atto di lanciare un estintore.
4. Il corteo internazionale di sabato 21 luglio.
Il corteo, regolarmente preannunciato dal GSF, è previsto dalla ordinanza del Questore del 12
luglio, che ne prende atto, e dispone talune conseguenti misure di OP. Il percorso è ben noto da
tempo, da via Caprera (Sturla), attraverso via Cavallotti, i corsi Italia, Torino, Sardegna, fino a
piazza Galileo Ferraris (Marassi), per circa 8 km.
Il corteo, contrariamente a quanto stabilito dalla Ordinanza sopra citata, non è preceduto, né seguito,
né fiancheggiato dai necessari contingenti di forze dell'ordine.
I manifestanti sono circa 200.000 e partono con qualche anticipo. In corrispondenza di Forte
S.Giuliano alcuni dimostranti esterni al corteo lanciano sassi verso il Comando dei Carabinieri e
vengono prontamente allontanati.
Prima che il corteo raggiunga piazzale Kennedy si verificano i primi incidenti provocati da un
gruppo di violenti, che diverse fonti calcolano composto da circa 2-300 persone, la cui prima fila, di
poche decine, è costituita da dimostranti vestiti di nero, a differenza degli altri che non sono
contraddistinti da particolare abbigliamento. La stragrande maggioranza indossa caschi,
passamontagna o ha il viso coperto da fazzoletti.
I violenti, provenendo da più parti ma in particolare da cancelli di piazzale Kennedy, assalgono le
forze dell'ordine schierate in corrispondenza della Fiera, scagliando inizialmente sassi, divellendo le
pavimentazioni e la segnaletica, impossessandosi delle transenne e di altre attrezzature mobili per
impiegarle contro i reparti schierati, che reagiscono lanciando lacrimogeni senza effettuare cariche.
Nel frattempo ricompaiono i black blockers, che raggiungono gli uffici e negozi fra via Rimassa e
corso Marconi, già saccheggiati il giorno precedente, per impossessarsi di assi e mattoni da usare
negli scontri.
Alle 14.06 le azioni dei black blockers vengono segnalate alle forze dell'ordine, che però non
intervengono e, restando immobili, si limitano a sparare lacrimogeni verso i dimostranti.
Non viene messa in atto nessuna azione per accerchiare e disperdere i violenti, che continuano ad
agire indisturbati per oltre 30 minuti.
Il corteo, ancora lontano, sopraggiunge progressivamente e, per non restare coinvolto nei disordini,
anziché raggiungere via Rimassa, devia anticipatamente per via Casaregis.
Nel frattempo, mentre gran parte del corteo defluisce verso piazza Ferraris, un gruppo composto da
circa 3-400 curiosi, fotografi e giornalisti si posiziona dietro le spalle dei violenti che incendiano
auto ed erigono barricate.
Alla vista del fumo, e avuta conoscenza degli scontri, la parte terminale del corteo rallenta la
propria avanzata, mentre le forze dell'ordine iniziano a caricare il gruppo dei violenti che si
disperdono. I manifestanti pacifici che non sono ancora transitati arretrano precipitosamente e così
il corteo si spezza. La dinamica dei fatti è confermata dai numerosi filmati televisivi acquisiti dal
Comitato ed anche dalla audizione del Questore Colucci.
4. L'uso legittimo della forza, i feriti e i manganelli «tonfa».
4.1. La relazione Cernetig.
Le immagini televisive e numerose denunce di cittadini hanno determinato l'indagine ispettiva
affidata dal capo della polizia all'ispettore Cernetig nei confronti dei comportamenti censurabili di
operatori impegnati nei servizi di ordine pubblico.
La relazione dell'ispettore si sofferma sui casi evidenziati dalle immagini televisive trasmesse dalle
reti nazionali: si registrano casi di violenze nei confronti di singoli manifestanti, spesso stesi a terra
o con le mani alzate, che risultano da altri filmati pervenuti alla Commissione.
Da tutti i documenti fin qui acquisiti emerge un quadro complessivo che smentisce la tesi riduttiva
contenuta nella stessa relazione dell'ispettore Cernetig e di altri auditi, che sostenevano essersi
trattato di pochi ed isolati casi. Si è potuto rilevare che la violenza purtroppo non è stata episodica.
È necessario che l'attività ispettiva disposta dal Dipartimento della pubblica sicurezza sia estesa agli
altri casi che compaiono nei filmati acquisiti da singoli cittadini.
4.2. La distruzione di materiali video e fotografici.
L'audizione del segretario della Federazione Nazionale della Stampa, dott. Serventi Longhi, del 4
settembre 2001, la documentazione dallo stesso fornita e numerose immagini video indicano
nettamente come alcuni giornalisti, in particolare alcuni operatori televisivi e fotografi, siano stati
spintonai o picchiati; in alcuni casi sono stati sottratti o distrutti apparecchiature fotografiche o di
ripresa, cassette o pellicole.
Gli episodi di violenza che hanno riguardato i giornalisti hanno avuto come protagonisti in alcuni
casi i black blockers, in altri casi appartenenti alle forze dell'ordine. Il dr. Serventi Longhi ha
dichiarato che taluni operatori dell'ordine pubblico si sono mimetizzati con pettorine gialle con la
scritta «Stampa» analoghe a quelle distribuite dalla Federazione della Stampa allo scopo di
proteggere l'incolumità dei giornalisti e degli operatori (11). Un poliziotto, indossante una pettorina
gialla compare in un filmato mentre impugna una pistola durante gli scontri (si veda la relazione
dell'ispettore Cernetig).
Il caso più grave è senza dubbio rappresentato dalla già ricordata sottrazione di almeno 4 cassette
video nella scuola Diaz-Pascoli perquisita per errore.
4.3. L'uso del «tonfa» e dei manganelli.
Le immagini televisive hanno mostrato alcuni manifestanti con profonde ferite al capo, al volto;
macchiati di sangue sono apparsi mura e pavimenti stradali e della scuola Pertini.
I referti medici delle persone che hanno usufruito delle strutture ospedaliere di Genova indicano la
gravità delle ferite riportate da molti manifestanti. La stessa relazione dell'ispettore ministeriale
dott. Micalizio ha documentato le prognosi variabili delle 62 persone che hanno subito percosse nel
corso della irruzione nella scuola Pertini (ex Diaz); tre feriti furono ricoverati con prognosi
riservata.
I filmati pervenuti alla Commissione hanno mostrato alcuni agenti che colpivano i manifestanti con
l'impugnatura del manganello oppure impugnando il «tonfa» a mo' di martello.
Nel filmato depositato dal Genoa Legal Forum e Indymedia si vedono alcuni poliziotti della mobile
di Roma entrare nella scuola Pertini (ex Diaz) impugnando il «tonfa» dalla parte opposta rispetto
all'impugnatura e in un'altra occasione alcuni carabinieri colpire, impugnando sempre nello stesso
modo il nuovo manganello, manifestanti a terra lungo un muro che delimitava una strada.
Il dott. Donnini, nel corso della audizione del 5 settembre 2001, ha chiarito che il nuovo manganello
denominato «tonfa» se usato scorrettamente può provocare ferite assai gravi.
Da quanto si è potuto verificare le lesioni più gravi sono state provocate proprio dall'impiego
irregolare dei «tonfa».
4.4. L'uso dei blindati.
I filmati acquisiti dal Comitato mostrano in numerose circostanze mezzi blindati per il trasporto dei
militari (VTC) dell'arma dei carabinieri e blindati della polizia impiegati a velocità elevata allo
scopo di disperdere i manifestanti.
L'impiego di tale tecnica, non prevista dalle disposizioni della ordinanza del questore del 12
settembre 2001, ha determinato oggettive situazioni di grave pericolo per l'incolumità dei
manifestanti e delle stesse Forze di polizia, ma non ha risolto alcun problema di ordine pubblico.
4.5. L'uso delle armi.
In almeno cinque circostanze le forze dell'ordine hanno fatto ricorso all'impiego delle armi.
Oltre all'episodio nel quale ha perso la vita il giovane Carlo Giuliani, le relazioni di servizio
dell'arma dei carabinieri trasmesse dal colonnello Tesser in data 10 settembre 2001, informano che
tre carabinieri hanno sparato in aria il giorno 20 rispettivamente 2, 5 e 8 colpi di pistola. Il quinto
episodio, noto per essere stato mostrato da riprese televisive, è stato confermato dalla relazione
dell'ispettore Cernetig e dallo stesso capo della Polizia De Gennaro, che riferiscono di un poliziotto
indossante la pettorina della stampa impugnante la pistola.
Capitolo II
LA MORTE DI CARLO GIULIANI, LA PERQUISIZIONE NELLA SCUOLA PERTINI E
LE VIOLENZE DI BOLZANETO
1. La morte di Carlo Giuliani
Il 20.07.2001, gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti proseguono per molte ore e
coinvolgono non più solo i black blockers ma frange del corteo che sono fuggite nelle vie laterali
intorno a via Tolemaide. Qui, tra cariche, ritirate e scontri matura la tragedia.
Da testimonianze raccolte pare che Carlo Giuliani quel pomeriggio non dovesse essere in piazza;
voleva andare al mare, ma la telefonata di un suo amico lo fa desistere.
Non sappiamo che cosa sia scattato in lui.
Carlo Giuliani si unisce ai compagni, ma tra via Caffa e piazza Alimonda lo scontro è fatale. Viene
ucciso dal proiettile della pistola d'ordinanza del carabiniere Placanica, il quale era a sua volta
oggetto di una violenta aggressione da parte dei dimostranti che lo avevano ferito e tentavano di
sfasciare l'automezzo (Land Rover) in cui si trovava con altri militari. Lo stesso Carlo Giuliani,
come dimostrano le immagini raccolte dai reporters, è colpito mentre tenta di lanciare, da
brevissima distanza, un estintore contro il veicolo.
Immediatamente i Carabinieri fanno cordone intorno al corpo, arrivano i soccorsi prima dei
volontari del GSF, poi, del 118. Gli interventi risultano infruttuosi e poco dopo viene constatato il
decesso di Carlo Giuliani. A circa tre metri dal capo riverso sull'asfalto, in una grande pozza di
sangue, c'è il bossolo del proiettile che il dott. Cremonesi raccoglie e dà ad un giornalista di
Repubblica Lavoro di Genova. Questi lo mostra ad un carabiniere il quale afferma essere un bossolo
da lacrimogeno. La notizia arriva fino al Vice Questore aggiunto della polizia, dott. Lauro, che
richiede al giornalista la restituzione del bossolo, la cui consegna avviene alla presenza della Polizia
Scientifica e di un altro funzionario, la dott.ssa Bucci, che provvede a chiamare il pubblico
ministero di turno.
Intorno al corpo circondato dal cordone della polizia, manifestanti inveiscono contro le forze
dell'ordine (si urla «assassini»), quando comprendono che il giovane è morto raggiunto dal
proiettile esploso dall'arma del carabiniere e che, una volta caduto a terra, era stato travolto dalla
stessa Land Rover che faceva marcia indietro.L'autopsia rivelerà che in quel momento era già
cadavere e che il colpo, perforato lo zigomo sinistro, aveva attraversato il cranio uscendo dal
cervelletto.
Sull'episodio è aperta l'inchiesta della magistratura e le indagini sono in corso.
Alcuni giovani partecipanti all'attacco contro la Land Rover si sono presentati nei giorni successivi
all'Autorità giudiziaria e nei confronti di uno di essi è stato già emesso un provvedimento di
custodia cautelare.
Dai verbali di servizio dei due funzionari di polizia che erano sul posto appaiono contraddizioni in
relazione alle immagini e alle dichiarazioni.
Si parla di migliaia di manifestanti; ma i video mostrano in piazza Alimonda circa quaranta
dimostranti, una parte dei quali intorno alla Land Rover isolata. A circa 50 metri sono posizionati
dei contingenti delle forze dell'ordine che non intervengono.
I resoconti delle audizioni
documentano come i componenti il comitato abbiano chiesto più di una volta ed in diverse
occasioni agli auditi, le ragioni del mancato intervento; ma non si è ricevuto risposta.
Alcune immagini video riprendono Carlo Giuliani sempre in canottiera bianca, con il
passamontagna, ma altre, dopo la sua caduta a terra, lo riprendono con indosso un giubbottino nero.
Gli interrogativi sulla dinamica e le responsabilità della tragica vicenda potranno essere sciolti solo
dalle indagini che la magistratura sta compiendo.
Rimane di quell'evento la testimonianza esemplare di Giuliano Giuliani, padre di Carlo, in quei
giorni di acuto dolore per la perdita di suo figlio: «Occorre distinguere il giudizio sulle forze
dell'ordine da chi sbaglia individualmente».
2. La perquisizione alla scuola Pertini (ex Diaz).
Nella sera del 21 luglio venne effettuata la perquisizione nella scuola Pertini (ex Diaz)
Le relazioni, le audizioni, il materiale cartaceo e visivo mettono in luce contraddizioni sui tempi,
metodi e responsabilità nel procedimento decisionale e nella escuzione.
Non è chiaro perché la perquisizione sia stata decisa, né è chiara la sequenza degli eventi.
Il segretario della FSNI ha inoltre riferito al Comitato che già nel pomeriggio circolavano voci in
città di perquisizioni, importanti e decisive, al termine della manifestazione del 21 luglio e prima
della partenza da Genova dei manifestanti (12).
Dal bilancio reale dell'operazione risultano 93 persone arrestate; per 80 di esse l'arresto è risultato
illegittimo; in 12 casi l'arresto è stato convalidato solo formalmente e le persone sono state
scarcerate, perché non vi erano indizi di colpevolezza. In un solo caso è stata adottata una misura
cautelare.
Il bilancio continua con 62 feriti, di cui alcuni gravemente, la distruzione di attrezzature e computer
del centro stampa. In varie audizioni si è sostenuto che l'irruzione alla Pertini sia avvenuta a luci
spente (13); ma dai video risulta che le luci sono accese al piano di ingresso, altre luci al secondo ed
al terzo piano qua e là.
In proposito, però, va rimarcato che quanto dichiarato dal dott. Canterini, ovvero di essere entrato
solo in seconda battuta, dopo non meglio specificati altri reparti delle forze dell'ordine, risulta
confutato dal filmato prodotto dagli avvocati del GSF, ma anche dalla circostanza obbiettiva che dei
17 contusi delle forze dell'ordine ben 15 riguardano il personale del Nucleo da questi guidato.
Sarebbe davvero illogico immaginare che gli scontri, fino all'accoltellamento di un poliziotto del
Nucleo si siano potuti verificare quando l'altro personale era già intervenuto per «neutralizzare» i
presenti e prendere il controllo dell'edificio.
Dai video l'irruzione appare violenta e si vedono ferite e sangue. I medici del servizio 118, che
portano i soccorsi, riscontrano nei loro certificati e nella richiesta di smistamento dei feriti nei
diversi ospedali della città molte ferite lacero contuse e traumi cranici; sono due i ricoverati in
codice rosso.
La relazione dell'ispettore, successivamente inviata dal Ministro dall'interno, mette in evidenza
responsabilità, inefficienze, disordine negli aspetti gestionali della vicenda.
Undici magistrati del GIP di Genova trasmettono al P.G. presso la corte d'Appello e al Procuratore
della Repubblica di Genova due denunce ai sensi degli artt. 17 disp. att. cpp. e 331 cpp. perché nelle
udienze di convalida dei fermati alla Pertini (ex Diaz) tutti gli arrestati hanno riferito di essere stati
colpiti da manganellate, calci, di aver ricevuto mobilia addosso, benché si fossero gettati a terra con
le mani protese per dimostrare che non intendevano opporre resistenza e riportano lesioni, fratture,
suture, ematomi vistosi, medicazioni sul capo.
I quesiti che restano ancora irrisolti anche dopo le numerose audizioni, riguardano l'individuazione
delle tappe del processo decisionale, le modalità tecniche di svolgimento dell'operazione, lo
sfasamento temporale tra l'allertamento dei reparti speciali e l'ora effettiva della perquisizione.
Per tutte queste ragioni, la perquisizione solleva uno degli interrogativi più inquietanti delle giornate
di Genova e rimanda l'accertamento delle responsabilità personali da parte dell'Autorità giudiziaria
di Genova.
3. La perquisizione al Centro Stampa - Media Center nella scuola Diaz-Pascoli.
Alcuni minuti dopo l' irruzione nella scuola Pertini ( ex Diaz ) un gruppo di agenti di polizia entra
nella scuola Diaz - Pascoli, posta dalla parte opposta della via Battisti rispetto alla Pertini ed inizia
una perquisizione dei locali dopo aver radunato i presenti a piano terra, guardati a vista da agenti
che operano a volto scoperto, come risulta da numerose riprese televisive, tra le quali quella
prodotta da Indymedia e Genoa Legal Forum.
Gli stessi filmati mostrano suppellettili ed attrezzature distrutte; alcuni computer, collocati negli
uffici dei legali del GSF, appaiono manomessi e privati del hard disk.
Durante la perquisizione, dichiarata un «errore» dal dott. Gratteri, sono state sequestrate anche
alcune (almeno 4) cassette di videocamere, una delle quali illustrante le fasi di ingresso del reparto
mobile all'interno della prospiciente Pertini ex Diaz e sono state interrotte le trasmissioni in diretta
di Radio Gap.
Il sequestro delle cassette, denunciato in audizione dal dott. Agnoletto, è confermato dalla relazione
trasmessa dal funzionario dott. Mortola il 7 settembre al Comitato.
Non risulta alcun verbale di sequestro del materiale asportato né lo stesso è stato restituito.
4. La caserma Nino Bixio di Genova Bolzaneto
Il Comitato Nazionale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica si pose il problema della gestione delle
persone arrestate nel corso di eventuali disordini. Nella riunione del 12 giugno fu pertanto coinvolto
il Ministero della Giustizia, nella persona del Dott. Mancuso, reggente del Dipartimento
dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP). Valutata l'inopportunità di utilizzare le strutture
carcerarie cittadine, si ipotizzò la costituzione di siti di immatricolazione distaccati per poter
successivamente tradurre gli arrestati nelle strutture carcerarie di Pavia, Alessandria, Vercelli e
Voghera.
In data 21 giugno si approntò un piano operativo che identificava le strutture di Bolzaneto e Forte
S.Giuliano.
In data 27 giugno, presso il Ministero della giustizia, in una riunione cui parteciparono i vertici del
DAP nelle persone di Paolo Mancuso, Emilio Di Somma, Alfonso Sabella, il presidente del
tribunale di Genova Antonino Di Indo, il presidente della sezione GIP Giovanni Battista Copello, il
procuratore generale della Repubblica di Genova Nicola Marvulli e un dirigente del Ministero
dell'interno, dott. Luperi, si affrontarono i problemi organizzativi e gestionali posti dalla eventualità
di dover operare, in occasione del G8, arresti che si prevedeva potessero essere compresi tra un
minimo di 300 ed un massimo di 1000.
Il 28 giugno il Dott. Sabella fu nominato responsabile dell'organizzazione e del controllo delle
attività di pertinenza dell'Amministrazione Penitenziaria. Recatosi a Genova per visionare le
strutture di Bolzaneto e Forte san Giuliano, preventivamente identificate come idonee dalla PS e dai
Carabinieri, disponeva quanto ritenuto necessario per l'immatricolazione e la traduzione carceraria
degli arrestati.
Il 12 luglio il Ministro della Giustizia firmò il decreto istitutivo dei due siti carcerari dopo essere
stato dettagliatamente informato dal Dott. Di Somma sulla organizzazione predisposta.
I FATTI
La procedura prevista per Bolzaneto era la seguente: gli arrestati, condotti dagli uomini delle forze
di polizia che ne avevano operato l'arresto, giunti nel cortile interno, erano visitati sommariamente
dai medici dell'Amministrazione Penitenziaria. Successivamente erano sistemati in camere di
sicurezza dove erano custoditi dalla Polizia di Stato. Una volta espletate le procedure relative
all'arresto, venivano consegnati alla Polizia Penitenziaria passando nelle camere di sicurezza di
pertinenza di quest'ultima. Erano quindi immatricolati e, come da regolamento, perquisiti con
denudamento e flessione. Raccolti al casellario gli oggetti non consentiti, gli arrestati - a quel punto
detenuti - erano visitati dal medico che redigeva il diario clinico e, infine, avviati alla traduzione.
Nei giorni 20, 21, 22 luglio sono state immatricolate a Forte S. Giuliano 57 persone e a Bolzaneto
222, 26 delle quali in modo solo formale essendo state di fatto inviate in strutture ospedaliere.
Le procedure di arresto, immatricolazione e avvio alla traduzione sono risultate particolarmente
lunghe con tempi complessivi fino a 18 ore.
Dal giorno 26 luglio gli organi di stampa hanno iniziato a raccogliere testimonianze dirette ed
indirette in cui si denunciavano abusi e violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto cui avrebbero
concorso appartenenti a tutte le forze di polizia quivi operanti.
Veniva quindi disposta un'ispezione da parte del Capo della Polizia (affidata al Dott. Montanaro) e
una commissione ispettiva da parte del responsabile del DAP.
L'INDAGINE
Il comitato di indagine fonda le proprie conoscenze sui seguenti documenti:
a) relazione del Dott. Montanaro al Capo della Polizia;
b) relazione della commissione ispettiva al Direttore del DAP;
c) testimonianza inviata al Comitato d'Indagine Parlamentare da Marco Poggi, infermiere in
servizio presso la struttura dal 17 al 22 luglio;
d) audizione del Ministro della Giustizia Sen. Roberto Castelli;
e) audizione del Vicedirettore del DAP Dott. Emilio Di Somma;
f) audizione del Dott. Alfonso Sabella, coordinatore del Sito Carcerario di Bolzaneto.
La relazione del Dott. Montanaro riporta numerosi rilievi critici tra cui i più significativi sono:
1. una totale ed inequivocabile carenza del momento organizzativo e gestionale; a tale riguardo
segnala la mancata previsione di un responsabile della struttura di «trattazione dei fermati».
2. la mancanza di puntuali direttive organizzative e gestionali.
3. l'inosservanza diffusa del prescritto obbligo di relazione da parte dei dirigenti.
4. l'assenza di controlli da parte del personale dirigenziale o direttivo per tutto il periodo di
funzionamento.
5. la farraginosità delle procedure che ha allungato i tempi di trattazione.
6. perplessità sulla correttezza della compilazione dei verbali d'arresto, redatti in maniera sommaria
e senza l'indicazione dello stato di salute degli arrestati anche quando costoro presentavano vistosi
segni di alterazione delle condizioni fisiche.
7. annota, infine, che il funzionario del reparto che aveva rilevato le funzioni di custodia la mattina
del 22 luglio aveva trovato
i fermati in piedi con le gambe divaricate e con le mani appoggiate al muro. Ritenendo superflua
tale posizione aveva loro consentito di sedersi.
L'infermiere Marco Poggi afferma di aver dovuto assistere ad una sequela di violenze ingiustificate;
in particolare:
I. i detenuti, in qualsiasi posto sostassero, dovevano stare in piedi, le gambe divaricate, le mani e la
testa appoggiate al muro, rimanendo così anche per molte ore senza potersi né muovere né parlare.
II. il medico, già identificato, visitava senza camice, in modo rude e sgarbato, rivolgendo ai detenuti
motti irridenti, senza accertare, come avrebbe dovuto, la natura delle lesioni nonché certificare la
compatibilità delle stesse con l'asserita natura.
III. Il personale si rese responsabile di alcuni specifici episodi di violenze fisiche, di aggressioni
verbali e di insulti volgari.
La lunga relazione della commissione ispettiva del DAP - della quale faceva parte lo stesso Dott.
Sabella che, in qualità di Coordinatore della struttura, parrebbe avere caratteri di incompatibilità con
il ruolo ispettivo, conclude che se da un lato emergono diversi episodi meritevoli di
approfondimento in quanto verosimili e di sicura gravità, dall'altro è possibile ricavare in numerosi
casi un'errata percezione dei medesimi da parte dei denuncianti.
L'audizione del Ministro Castelli conferma la visita effettuata al sito penitenziario di Bolzaneto
accompagnato dal Dott. Sabella avvenuta tra le una e trenta e le due circa del 22 luglio, quindi nel
cuore della notte, e specificatamente limitata all'area di pertinenza della Polizia penitenziaria. In
quella occasione non trovò nulla di anomalo: i detenuti stavano in piedi, con le gambe divaricate,
mani e faccia al muro e un Agente Penitenziario era all'interno della cella. Informatosi sul perché di
quella disposizione, gli venne risposto che era necessario tutelare la donna presente nella cella
(tenuta peraltro nella medesima posizione) da eventuali molestie o aggressioni. Alla domanda se
abbia ritenuto credibile quella spiegazione afferma che a mente fredda gli pare strana e non
esaustiva; però non ritenne grave quella modalità di detenzione perché: «I metalmeccanici per 35
anni lavorano in piedi dalla mattina alla sera e non li ho mai sentiti lamentarsi».
5. Considerazione critiche
La mancanza di un responsabile della struttura di «trattazione degli arrestati», nonché di direttive e
di rapporti rendono difficile ogni approfondimento di indagine in ordine ai fatti accaduti negli
ambienti gestiti dalla Polizia di Stato. Questo spiega perché l'indagine abbia posto in primo piano le
responsabilità di gestione della Polizia Penitenziaria.
L'assenza di qualsivoglia controllo nell'esercizio di un potere di coercizione rappresenta di per sè
stesso un fatto di rilevante gravità; gli abusi denunciati, infatti, non si sarebbero verificati se ci
fossero state direttive precise e precisi incarichi di direzione.
Nella relazione della commissione ispettiva del DAP, appare evidente lo sforzo di minimizzare e
giustificare laddove non si può smentire. Mentre si nega qualsiasi violenza od abuso si ammette che
si è registrata una «ruvidità di comportamento», che è stata usata una «certa durezza», che si è
proceduto «a vincere qualche resistenza passiva». Si nega che si siano sbattute le teste dei detenuti
contro il muro, le teste, invece, venivano «premute con forza contro il muro». Si ammettono,
peraltro, due episodi di violenza gratuita. Nel primo un Agente di P.S. - transitando in compagnia di
un ispettore lungo il corridoio prospiciente le camere di sicurezza di pertinenza della P.P.- sferra
una gomitata nella schiena di un detenuto che stazionava a gambe divaricate, mani e faccia al muro.
Nel secondo un agente di P.P. di passaggio nel corridoio colpisce con un calcio la gamba di un
detenuto in attesa, nella canonica posizione, di fronte all'ufficio matricola. Entrambi gli episodi
ricevevano una censura verbale da parte di personale della P.P. che aveva assistito, ma non
dall'ispettore che accompagnava l'agente).
Ad avviso degli autori di questa relazione , nulla se non un intento vessatorio può giustificare
l'obbligo di rimanere in piedi a gambe divaricate con le mani e la faccia al muro per ore e ore (fino a
18) senza potersi muovere e parlare. A riprova di quanto affermato valgono i casi di due detenuti
ricoverati con codice rosso, in stato di incoscienza (documentato dal fotorilevamento), per sospette
emorragie interne poi scongiurate dagli esami clinici che hanno portato alle dimissioni del primo
dopo poche ore e del secondo dopo due giorni di ricovero.
Le diverse giustificazioni addotte, non sono accettabili alla luce del fatto che quelle strutture erano
dimensionate per gestire una quantità di arresti ben superiore a quella registrata.
Non può non destare profondo sconcerto il fatto che quelle modalità di detenzione siano state
esibite, senza imbarazzo di alcuna delle parti, al Ministro della Giustizia, che dovrebbe essere una
delle massime Autorità dello Stato in tema di rispetto delle garanzie costituzionali della dignità
della persona.
Un ultimo rilievo riguarda la legittimità della struttura: gli articoli 59, 60 e seguenti
dell'ordinamento penitenziario - posti a fondamento del decreto ministeriale istitutivo della struttura
di Bolzaneto - conferiscono al Ministro il potere di istituire istituti penitenziari e siti penitenziari al
di fuori delle strutture carcerarie ordinarie, ma non uffici distaccati di istituti penitenziari già
esistenti.
Ai fermati, inoltre, non sono stati garantiti i diritti previsti dagli articoli 383 e 384 del codice di
procedura penale: il diritto ad informare un terzo dell'avvenuto fermo e la possibilità di ricorrere ad
un avvocato difensore. Con un ordine di servizio della Procura di Genova, infatti, era stato posto il
divieto di colloquio tra i fermati ed i loro difensori finché gli arrestati non fossero stati trasferiti
presso le carceri di destinazione ovvero con una posticipazione dello stesso di 24 ore circa.
Capitolo III
ORDINE PUBBLICO A GENOVA E PROPOSTE DI RIFORMA
1. La Pianificazione Operativa delle Attività di Pubblica Sicurezza
Gli obbiettivi di pubblica sicurezza per il G8 di Genova sono stati enucleati e definiti in occasione
delle direttive impartite dal Ministro dell'Interno del Governo Amato e dei Comitati Nazionali per
l'Ordine e la Sicurezza Pubblica che si sono tenuti sino al 24 maggio 2001, approvando il
documento elaborato dal Capo della Polizia - Direttore Generale della Pubblica Sicurezza. Questi
venivano individuati nella tutela del vertice, nella tutela dei cittadini genovesi e della città di
Genova, nella tutela del diritto di manifestare pacificamente il dissenso.
Per realizzare questi obbiettivi il prefetto di Genova emanava il 2 giugno 2001 una ordinanza con la
quale venivano indicate nella città zone con vincoli differenziati: la zona rossa assolutamente
vietata anche al traffico pedonale di soggetti non espressamente autorizzati, comprendente l'area
portuale e le sedi del vertice e delle delegazioni; la zona gialla, esterna alla zona rossa quale zona
cuscinetto, nella quale venivano interdette, fra l'altro, manifestazioni, volantinaggio e sosta degli
autoveicoli; ed infine, quale terzo anello, una zona verde nella quale non avrebbero dovuto essere
consentiti i cortei.
Questa pianificazione operativa di pubblica sicurezza aveva un carattere necessariamente
provvisorio in quanto dipendente da tre circostanze: a) la individuazione dei luoghi direttamente
interessanti le attività del vertice; b) la individuazione dei luoghi destinati all'ospitalità delle
delegazioni ufficiali e dei capi di Stato e di Governo; c) la definizione delle manifestazioni di
dissenso che sarebbero state autorizzate.
Solo la prima delle tre circostanze fu definita tempestivamente, anche perché ricadeva nella
esclusiva responsabilità del Governo italiano, mentre le altre due sono state definite solo dopo il 15
giugno 2001. In particolare le delegazioni straniere erano state particolarmente riottose
nell'accettare l'ospitalità sulle navi; il ritardo impose una sollecitazione del Ministro dell'Interno alla
Farnesina il 30 aprile 2001 ed un ulteriore sollecito del capo della Polizia il 9 giugno 2001. Le
manifestazioni infine vennero autorizzate solo il 12, 17 e 19 luglio 2001 con provvedimenti del
Questore in seguito alla definizione dell'indirizzo politico da parte del Ministro dell'Interno, dopo
l'incontro avuto a Roma, presso la Farnesina il 28 giugno 2001, come ha riferito il Ministro
Ruggiero.
Il mutamento della situazione ha comportato una diversa impostazione operativa, definita nella
riunione del 13 luglio 2001 tenutasi a Genova, con la presenza del Ministro dell'Interno e dei
massimi livelli della Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri. La nuova impostazione derogava
ampiamente, soprattutto per quanto concerne le interdizioni operanti nella zona gialla, alla
ordinanza del prefetto del 2 giugno 2001.
Nell'ordinanza del Questore di Genova si dava conto del lavoro informativo, svolto ai fini della
prevenzione, e si distinguevano i partecipanti alle manifestazioni come appartenenti, in ordine
crescente di pericolosità, al blocco rosa, giallo, blu e nero. Con la descrizione dei diversi blocchi si
rappresentava uno scenario molto diversificato che andava da associazioni ed organismi di autentica
solidarietà, sino a organizzazioni estremistiche e persino eversive. Inoltre si descrivevano le
modalità operative di queste ultime, capaci di muoversi, mimetizzarsi, dividersi in piccoli gruppi e
trovare rifugio all'interno di manifestazioni pacifiche; si indicavano anche gli obbiettivi delle loro
devastazioni: banche, catene commerciali, distributori di benzina.
Di qui l'esigenza di muoversi altrettanto dinamicamente ed agilmente con reparti specificamente
addestrati come il Nucleo Sperimentale antisommossa o il settimo nucleo del Reparto mobile di
Roma.
Le disposizioni del Ministro dell'Interno orientate verso il dialogo con i manifestanti, già avviato dal
precedente Governo con maggiore prudenza, ma comunque doveroso, ebbero come effetto un'apertura al dialogo, come definito nell'incontro del 28 giugno 2001 con una delegazione del Genoa
Social Forum. Da questa apertura sono scaturite alcune autorizzazioni a manifestazioni anche
concomitanti con lo svolgimento del vertice. Tali autorizzazioni, però, non sono state accompagnate
da un indirizzo politico e prescrizioni coerenti che avrebbero potuto consentire l'esercizio più
agevole delle funzioni di pubblica sicurezza; si giunse a cancellare di fatto la zona gialla per
concentrare ogni attenzione sulla sola zona rossa entro la quale il vertice si sarebbe svolto.
2. Le Proposte di Miglioramento delle Funzioni di Ordine e Sicurezza Pubblica in Occasione
di Grandi Eventi e Manifestazioni di Piazza
Nel corso dei lavori del Comitato sono state presentate molte proposte di miglioramento della
gestione dell'ordine pubblico. Qui si richiamano solo quelle riguardanti il mantenimento dell'ordine
pubblico e la sicurezza dei cittadini in occasione di grandi eventi e di manifestazioni di piazza.
Di fronte ad uno scontro di piazza che ha spesso assunto le caratteristiche della «guerriglia urbana»,
le forze di polizia si sono trovate impreparate psicologicamente poiché, come è stato detto, era la
prima volta, da oltre venti anni, che quel tipo di disordini doveva essere affrontato.
Si vuole sottolineare che la formazione degli apparati di sicurezza sia rivolta non solo alle tecniche
di ordine pubblico, ma anche alla preparazione psicologica di chi è chiamato a svolgere le sue
funzioni spesso in condizioni di grave difficoltà.
Una seconda questione emersa nel corso dei lavori ha riguardato l'attività informativa Il numero
elevatissimo di informative e la genericità di gran parte di esse non hanno consentito di
comprendere la provenienza effettiva dei pericoli e di individuare i fronti realmente caldi. La massa
indistinta delle notizie ed il modo di porgerle all'attenzione degli organi di prevenzione più che dare
conoscenza ha ingenerato confusione.
Da qui la esigenza di impegnare nel futuro i nostri servizi di sicurezza su una attività informativa
maggiormente selettiva, da cui possa emergere in concreto la capacità di analisi e la selezione delle
priorità, attraverso una verifica puntuale della qualità delle fonti e del contenuto informativo, prima
che esse siano trasmesse agli organi della prevenzione ed eventualmente alla polizia giudiziaria.
In questo quadro vanno collocati gli interventi di polizia durante il vertice, dove si sono verificati
deficit dipendenti dai segnalati difetti dell'attività informativa e deficit dipendenti, dal mancato o
difettoso coordinamento tra le forze di polizia nelle fasi operative o in quelle immediatamente
precedenti.
La presenza di qualificato personale dell'Arma dei Carabinieri è emersa ben dopo l'audizione del
Comandante Generale. Il gen. Ganzer ha sostenuto dinanzi al Comitato di essere andato a Genova
per svolgervi compiti info-investigativi e cioè, nella sostanza, compiti che relativi all'attività dei
servizi di sicurezza, dei servizi di prevenzione e di polizia giudiziaria.
Non risulta che di tale attività sia stato informato alcuno. In primo luogo non è stato informato il
Ministro dell'Interno e per esso il Capo della Polizia - nella sua qualità di Direttore Generale della
Pubblica Sicurezza. Su tale attività, o addirittura meglio, sull'attivazione in Genova di servizi di tal
genere da parte dell'Arma dei Carabinieri nulla hanno potuto riferire i dirigenti della Pubblica
Sicurezza, il Questore o il Prefetto, che, a vario titolo, per ragioni inerenti alla loro funzione o con
speciali provvedimenti erano stati investiti del compito di programmare i servizi per la sicurezza del
vertice e per il contrasto delle azioni violente durante il vertice stesso.
Il gen. Ganzer è vicecomandante del ROS e cioè del servizio di polizia dell'Arma, che corrisponde,
nella Polizia di Stato, allo SCO diretto dal dott. Gratteri. Ebben,e dei compiti affidati e svolti a
Genova dal dott. Gratteri vi è ampia documentazione; di quelli affidati al gen. Ganzer non esiste
documentazione e comunque nulla è stato detto né al Comitato né alle autorità di pubblica sicurezza
che stavano operando per il vertice di Genova.
Si è assistito anche in questa occasione a condotte non ispirate ai principi della cooperazione
istituzionale e del coordinamento investigativo. Sul punto occorrono una riflessione immediata ed
una risposta decisa: ancor più indispensabili in giorni come questi nei quali anche il nostro Paese è
chiamato ad uno sforzo mai prima attuato per contrastare le nuove dimensioni del terrorismo
internazionale.
In tema di coordinamento può essere ricordato l'episodio riportato dal Secolo XIX del 10 luglio 2001
che evidenziava come gli artificieri dell'Arma dei Carabinieri avevano fatto esplodere una
autovettura parcheggiata nei pressi della Prefettura, ritenendola una autobomba, mentre la Polizia di
Stato aveva già svolto alcuni giorni prima i relativi controlli ed aveva accertato che si trattava di una
autovettura guasta.
È, quindi, indispensabile che tutte le attività riconducibili alle funzioni ed alla responsabilità del
Ministro dell'Interno, quale autorità nazionale di pubblica sicurezza, e del Capo della Polizia, quale
Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, da chiunque svolte, siano portate a conoscenza degli
stessi attraverso le funzioni consultive del Comitato Nazionale dell'Ordine e la Sicurezza Pubblica,
ovvero attraverso specifiche informative.
Possono essere impiegati norme appositamente previste, quali le direttive che il Ministro
dell'Interno può emanare, per far circolare ogni utile conoscenza, ma anche per poter
successivamente attivare quegli ulteriori strumenti di collaborazione anche internazionale previsti
dagli accordi, ma anche suggeriti dalla particolare contingenza.
L'aggressione terroristica dell'11 settembre 2001 nei confronti degli U.S.A. potrebbe suggerire
un'accelerazione delle proposte legislative in materia di servizi di informazione e dei poteri
investigativi di polizia. Occorre però anzitutto che il Governo utilizzi gli strumenti normativi di cui
già oggi dispone impedendo che restino inattuate le previsioni della legge n.121/1981 che
attribuiscono al Capo della Polizia la funzione di «dirigere», coordinandole, tutte le attività di
pubblica sicurezza. Il Ministro dell'Interno deve attuare concretamente (mediante regolamenti,
circolari, ordini di servizio) le disposizioni introdotte dall'articolo21 della legge n.125/2001 (cd.
pacchetto sicurezza).
Esse hanno previsto tra l'altro il rafforzamento delle funzioni del Centro elaborazione dati del
Dipartimento della Pubblica Sicurezza stabilendo che le diverse forze di polizia vi inseriscano
tempestivamente ed in modo uniforme tutte le notizie e le informazioni acquisite; hanno imposto al
Ministro dell'interno di impartire direttive per la realizzazione di «piani coordinati» tra le diverse
polizie per il controllo del territorio e alla loro attuazione ha preposto gli uffici provinciali delle
forze di polizia.
Non è noto se le direttive sui piani coordinati ed il regolamento per l'uniforme inserimento dei dati
acquisiti da ciascuna forza di polizia nel CED del Dipartimento siano stati emanati, né, ovviamente,
è noto quale modello per la vigilanza sulla attuazione concreta e corretta di tali disposizioni, il
Ministro stia realizzando.
Sta di fatto che la gestione dell'ordine pubblico a Genova si è mossa in direzione opposta rispetto al
coordinamento o ne ha fatto uno «schermo» puramente burocratico-formale per evitare
responsabilità.
Il punto relativo all'individuazione del responsabile dell'ordine pubblico merita un breve
approfondimento. Il dott. Lauro, funzionario di pubblica sicurezza assegnato ai servizi di ordine
pubblico nei pressi di piazza Alimonda, dove è rimasto ucciso il giovane manifestante Carlo
Giuliani, ha riferito che, durante i giorni del vertice, la sua direzione dell'ordine pubblico avveniva
comunicando personalmente con l'ufficiale comandante dell'aliquota dei Carabinieri messa a sua
disposizione e che le disposizioni da lui date venivano da questi poi trasmesse ai carabinieri
sottoposti.
Senza indugiare sulla mancanza di collegamento radio tra il funzionario di pubblica sicurezza e
l'ufficiale dei Carabinieri, che pure meriterebbe un commento , è emerso in tutta evidenza come
nella concitazione degli eventi anche questa assolutamente contestabile modalità di comando sia
risultata a volte inoperante perché il funzionario civile, che aveva la responsabilità dell'ordine
pubblico, non riusciva a comunicare con l'ufficiale dei carabinieri.
L'ufficiale dei Carabinieri, invece, era in collegamento permanente con i Carabinieri operanti alle
sue dipendenze.
È evidente la gravità delle conseguenze, che queste modalità operative hanno determinato. Tali
modalità contraddicono il concetto di direzione unitaria dell'ordine pubblico e fanno del funzionario
una sorta di colpevole «istituzionalizzato» dei disordini di una piazza o di uno stadio.
Nulla impedisce che la normativa venga rivista, ma ormai non si possono più utilizzare comodi
schermi formali. La Commissione, a seguito delle risultanze del comitato di indagine, non può
ignorare il problema e deve farsene partecipe con forza perché il Governo assuma determinazioni
non equivoche.
Specie in occasione di grandi eventi, di manifestazioni a carattere internazionale alla
centralizzazione delle responsabilità deve corrispondere l'effettività del comando.
A tal fine il Ministro dell'Interno deve emanare chiare direttive: le aliquote delle forze di polizia
diverse dalla Polizia di Stato che in occasione delle attività di ordine pubblico vengono messe a
disposizione del Questore e del funzionario di pubblica sicurezza devono essere soggette
effettivamente al comando operativo di tali autorità senza alcun filtro.
La responsabilità del funzionario di pubblica sicurezza deve trovare effettività nell'azione di
comando, proprio per la sua riferibilità al Ministro dell'Interno, attraverso direttive e disposizioni
attuative che lo mettano in condizione di svolgere in concreto il ruolo che la legge gli assegna.
Infine vanno sottolineate le gravi «confusioni» istituzionali che si sono registrate durante il G8 di
Genova. Qui non si tratta solo di parole. È in gioco il rispetto di quel complesso di regole, scritte e
non scritte, che, nella loro interezza fotografano il principio di legalità di un paese. Di certo inquieta
che in una sala operativa siano presenti, sia pure per poco, durante delicatissimi momenti, alcuni
esponenti politici; che in una caserma siano di fatto costituiti istituti penitenziari; che il Ministro
della Giustizia, garante primo di quella legalità, non sappia rendersi conto nelle sue difficilmente
spiegabili visite notturne, che qualcosa di grave sta accadendo e contribuisca invece, con la sua
presenza, a rendere più difficile il lavoro di operatori di polizia o, quantomeno, più soggetto ad
interessati «inquinamenti interpretativi».
Non è in questione la possibilità per il Ministro della Giustizia di istituire presidi penitenziari con
decreto, ma la grave inopportunità, suscettibile di trascendere nella illegittimità, di istituire tale
presidio all'interno di una struttura di polizia, con prevedibili cadute nel rispetto delle procedure e
dei diritti stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi in favore dei soggetti arrestati o fermati.
Allo stesso modo non si vuole interdire la possibilità di far visita e dare incoraggiamento da parte di
esponenti di Governo e delle forze politiche a coloro che sono impegnati nel garantire la sicurezza
dei cittadini, ma ciò non può essere consentito mentre le attività sono in pieno svolgimento qualora
gli stessi non siano titolari di una specifica funzione di responsabilità nel comando delle operazioni.
Al riguardo il Ministro dell'Interno dovrebbe sollecitare una discussione nell'ambito del Governo,
nella sua collegialità, affinché le prerogative istituzionali dell'autorità di pubblica sicurezza non
vengano in alcun modo prevaricate; dovrebbe inoltre invitare i Comandanti delle varie forze di
polizia ad emanare una circolare con la quale fornire specifiche indicazioni a tutti i comandi
territoriali in ordine al divieto assoluto di consentire presenze di soggetti anche qualificati, ma
estranei alla linea di comando, nelle sedi interessate dall'esercizio di importanti attività di ordine
pubblico durante le fasi operative.
Le questioni relative all'ordine e la sicurezza pubblica vanno ricondotte in una chiave istituzionale
nella esclusiva responsabilità politica del Ministro dell'Interno, che ne risponde dinanzi al
Parlamento ed al Paese, secondo lo schema rigoroso dei sistemi democratici che non tollera alcuna
interferenze di alcun tipo.
Infine, dalla esperienza del G8 di Genova scaturisce l'esigenza di un approfondimento su come in
concreto può essere garantito il diritto di manifestare liberamente.
Il dialogo è una componente essenziale per il buon esito di un' attività di ordine pubblico. Anche per
questo è indispensabile che i soggetti deputati a svolgere questo dialogo e questi contatti siano
titolari dell'effettivo comando operativo.
Ne discende la imprescindibile esigenza di ridefinire e riaffermare con urgenza la esclusività del
ruolo e delle funzioni della autorità nazionale e locale di pubblica sicurezza, anche alla luce degli
interventi normativi che si sono succeduti nel corso degli anni, affinché si possa affrontare il futuro,
che si presenta difficile, con minori confusioni ed incertezze, ma soprattutto con maggiore sicurezza
e libertà.
Capitolo IV
INTERPRETAZIONE DELLA VICENDA
1. Il «dopo» Genova
Dopo il vertice di Genova è radicalmente mutata la sensibilità ai temi della globalizzazione.
Ha pesato la morte di Carlo Giuliani.
Ha colpito il numero di partecipanti ai cortei e ai dibattiti, complessivamente, circa 300 mila, il più
alto in assoluto per questo tipo di eventi. Hanno partecipato soprattutto giovani; ma anche famiglie,
persone comuni che lì hanno trovato il senso di una cittadinanza vissuta come partecipazione a
valori di solidarietà.
Ha incuriosito la partecipazione di mondi assai diversi tra loro, dalle suore ai centri sociali.
Si è diffusa indignazione tanto per le violenze di gruppi di manifestanti contro la città e contro le
forze di polizia, quanto per le violenze di appartenenti alle forze dell'ordine contro manifestanti
inermi.
Alle democrazie dei paesi più avanzati sono state poste nuove domande che riguardano: l'equità
nelle relazioni tra i popoli, il rapporto tra giovani generazioni e sistemi politici, il modo in cui i
sistemi politici possono guadagnare la fiducia delle generazioni più giovani, il rapporto tra diritto di
manifestare e sicurezza delle città.
Dopo Genova i temi della povertà, delle malattie, della fame, della sete, dell'ingiustizia tra i popoli
sono stati inseriti nelle agende degli impegni internazionali (14).
Solo dopo Genova alcuni capi di governo hanno cominciato ad affrontare il tema della tassazione
delle grandi transazioni finanziarie puramente speculative al fine di ricavare risorse da utilizzare a
vantaggio dei paesi più poveri del mondo. Si tratta delle prese di posizione di Lionel Jospin e di
Gerhard Schroeder. Il Ministro delle Finanze belga Didier Reynders, pur mostrandosi scettico sugli
effetti della cosiddetta Tobin Tax, si dichiara dopo Genova favorevole all'inserimento del tema
nell'agenda della riunione dei ministri finanziari dell'Unione Europea (Ecofin) del 21 e 22 settembre
2001.
La Tobin Tax è stata proposta per la prima volta nel 1972 dal Premio Nobel per l’Economia, James Tobin. Si tratta di
un’imposta molto limitata pari allo 0,05-0,01% da applicare a tutte le transazioni valutarie di carattere puramente
speculativo ed a tutte le operazioni finalizzate alla conversione di una valuta in un’altra. Secondo calcoli attendibili la
liberalizzazione dei mercati finanziari ha portato ad una crescita abnorme dell'economia finanziaria rispetto
all'economia reale. Ogni giorno sul mercato dei cambi verrebbero scambiati 1800 miliardi di dollari: più del 95% è
collegato ad attività di natura speculativa. Secondo alcuni calcoli questa tassa potrebbe portare ad introiti pari a circa 90
miliardi di dollari l'anno; secondo le Nazioni Unite ne servirebbero la metà per sovvenire i bisogni primari delle
popolazioni più povere.
Uno degli economisti italiani più ostili alla Tobin Tax, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti,
soltanto dopo la vicenda Genova ha presentato una proposta sostitutiva di questa tassa, ma con
analoghe finalità (Le Monde, 12 settembre 2001). Non è qui in discussione l'efficacia dell'iniziativa;
conta che anche questa proposta nasce soltanto dopo i fatti di Genova.
Il Rapporto 2002 della Banca mondiale, «Building Insitutions for Markets», pubblicato nel
settembre 2001, segna un netto cambiamento di rotta rispetto al passato. Lo sviluppo dei paesi
poveri sarebbe stato agevolato, secondo i rapporti precedenti, soltanto dalla totale e assoluta
liberalizzazione dei mercati. L'ultimo rapporto, invece, pubblicatodopo le grandi manifestazioni
antiglobalizzazione, individua in istituzioni efficienti il presupposto fondamentale per lo sviluppo
dei paesi poveri (15).
Il Financial Times del 12 settembre 2001, sottolinea come anche la Banca Mondiale, dovendo tener
conto del dibattito sulla globalizzazione, abbandoni gli antichi lidi e scelga una via di mezzo tra gli
opposti estremismi del liberismo e della pianificazione, sostenendo la necessità di forti ed efficienti
istituzioni per garantire il mercato e vincere la povertà.
Solo dopo Genova si è discusso, in Italia e fuori d'Italia, dell'utilità dei vertici internazionali, non
perché essi non debbano considerarsi legittimi - qui ha sbagliato e sbaglia una parte dei contestatori
- ma perché non possono considerarsi esaustivi. È emersa la necessità di accompagnare questo tipo
di incontri con impegni credibili per la riforma di alcune grandi istituzioni internazionali, come il
Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il WTO, il FMI e la Banca Mondiale, in modo da trovare un
giusto equilibrio tra le esigenze della rappresentanza e quelle della governabilità.
FMI (Fondo Monetario Internazionale) e Banca Mondiale, furono istituiti con la Conferenza di Bretton Woods nel
luglio 1944. Entrambe le istituzioni condividono il modello «neoliberale» dell’economia mondiale. In entrambe le
istituzioni i Paesi membri esercitano il diritto di voto proporzionale al contributo che versano per il loro funzionamento.
Pertanto risultano controllate in modo pressocché esclusivo dai Paesi ricchi, che possono permettersi contributi
maggiori. I Paesi più poveri ottengono prestiti dalla Banca Mondiale e dal FMI soltanto a condizione che sottoscrivano
programmi di «aggiustamento strutturale» che, in molti casi hanno comportato al loro interno l’aumento della povertà e
delle disuguaglianze economico-sociali. Nel FMI, su 183 Paesi membri, i soli Paesi del G8 detengono il 48,4% dei voti.
Alla Banca Mondiale, su 183 Paesi membri, i Paesi del G8 hanno il 45,7% di voto. Nel WTO, l'Organizzazione
mondiale del commercio (World Trade Organization), nata nel 1995, vale il principio di un voto per Paese. Ma i Paesi
che non possono sostenere per i propri rappresentanti le spese di lunga permanenza non sono in grado di partecipare alle
riunioni. Accade quindi che si fanno finanziare da Paesi più potenti o direttamente da una lobby di multinazionali
interessate al loro voto. Pur prescindendo da questa particolarità, il principio «un Paese un voto» è oggi, per quanto
auspicabile, poco realistico perché rischia di allontanare dalle organizzazioni i Paesi che contribuiscono in misura
maggiore. Si possono porre, inoltre, delicati problemi di governabilità di queste istituzioni economiche essendo
eccessivo il gap tra l'uguale peso del voto e la disuguaglianza degli oneri che da quelle decisioni possono derivare sui
singoli Paesi.
Le vicende di Genova hanno creato gravissimi problemi di ordine pubblico, ma, proprio per questo
complesso di ragioni, non possono essere considerate soltanto un problema di ordine pubblico.
Non devono sfuggire alla nostra sensibilità il significato della partecipazione di un così elevato
numero di pacifici cittadini, la professionalità dimostrata dalla grande maggioranza delle forze
dell'ordine
in condizioni di particolare difficoltà, la necessità di riformare la nostra democrazia politica per
aprirla alle domande «riformatrici» venute da Genova e per aprire un dialogo con tutti coloro che
chiedono una globalizzazione diversa.
Anche le stragi di New York e di Washington ci impongono, oltre all'esigenza di colpire con tutta la
necessaria durezza gli attentatori e chi li ha favoriti, l'obbiettivo di separare da quei criminali tutti
coloro che, vivendo miseramente nella parte povera del mondo, possono considerare responsabile
delle loro condizioni di vita l'intero Occidente e giungere a giustificare o addirittura a condividere
atti di quella disumana violenza.
Nel futuro delle nostre vite saremo costretti a misurarci sempre di più con i problemi sollevati a
Genova. Oscurarli significherebbe far vincere la logica della violenza, che ogni volta tenta di
sacrificare il dialogo per imporre lo scontro come prevalente misura dei rapporti umani.
2. I temi discussi in Italia
In Italia le giornate di Genova hanno avuto un impatto del tutto particolare. A noi non si sono poste
solo le domande comuni alle altre grandi democrazie.
Il vertice si è svolto in Italia, era la prima grande prova internazionale del nuovo Governo di centro
destra; è stato seguito con attenzione da tutto il mondo avanzato.
Il tragico fallimento della sicurezza pubblica fuori della cosiddetta «zona rossa», dove si svolgeva il
vertice, ha reso purtroppo poco rilevanti il significato e i risultati dell'incontro.
Ha invece aperto la porta a discussioni ed analisi che hanno riguardato la scelta della città come
sede del vertice, il rapporto tra dissenso, disobbedienza civile e violenza, la preparazione delle forze
dell'ordine a fronteggiare eventi di questo tipo, il coordinamento tra le diverse forze di polizia, il
deterioramento dell'immagine del Paese dopo che, con l'ingresso nell'Unione Monetaria Europea ed
il risanamento della finanza pubblica, l'Italia aveva ripreso con autorevolezza una collocazione di
prestigio nello scacchiere internazionale.
3. Il peso della morte di Carlo Giuliani
La morte di Carlo Giuliani è stata la prima nel mondo in occasione di manifestazioni
antiglobalizzazione; la prima in Italia dopo quella di Giorgiana Masi, avvenuta a Roma il 12 maggio
1977.
Questa tragedia ha segnato il senso di quelle giornate. Ha conferito un significato del tutto
particolare alle devastazioni di parte della città, alle aggressioni contro le forze dellordine, ai gravi
maltrattamenti contro manifestanti pacifici e persone arrestate, alla singolare «perquisizione»
notturna nella scuola Pertini (ex-Diaz).
Senza la morte di questo giovane, che aveva deciso solo all'ultimo momento di partecipare alla
manifestazione, rinunciando ad una progettata gita al mare per solidarietà con i manifestanti, e
tuttavia autore anch'egli di atti di violenza contro le forze dell'ordine, le giornate di Genova
sarebbero state ricordate soprattutto per il fallimento di una gestione politica e operativa dell'ordine
pubblico.
Dopo quella morte appaiono invece in tutta la loro gravità la sterile polemica sulla scelta della città
di Genova, la contraddittorietà degli indirizzi della maggioranza e del governo, il tentativo di isolare
le forze dell'ordine dalla società civile e di rompere il rapporto istituzionale tra queste e la
magistratura, i difetti gravi nel coordinamento delle diverse forze di polizia e nelle loro concrete
modalità di impiego, le speculazioni successive di alcuni uomini politici, la difficoltà di rispondere
adeguatamente alle domande politiche, sociali e culturali poste dal movimento.
A Genova si sono poste domande di inedita portata: giustizia per i poveri di tutto il mondo, diritto
allo sviluppo, alla salute, alla pace, all'ambiente. Ma anche la necessità di riaffermare nel nuovo
contesto le garanzie, la sicurezza e la libertà: libertà per i manifestanti pacifici e per i cittadini,
sicurezza nel corso delle manifestazioni per le persone e per le cose, garanzie per gli stessi
appartenenti alle forze dell'ordine le cui condizioni di lavoro, per l'insensatezza dei responsabili
politici, non devono diventare tali da esporre a rischio la loro stessa incolumità fisica e quella dei
cittadini.
4. I temi di cui non abbiamo discusso
Genova avrebbe potuto costituire, nonostante le intuibili difficoltà, un momento di sforzo unitario
del Paese, delle sue Istituzioni e delle sue forze politiche, sociali e culturali.
Avrebbe potuto costituire anche dopo la morte di Carlo Giuliani, un momento di serietà e di rigore,
idoneo a rassicurare il Paese, le sue forze di polizia e l'opinione pubblica internazionale.
Si sarebbe potuto anticipare una seria riflessione sui limiti dell'attuale catena di comando in materia
di ordine pubblico. È risultato, ad esempio, che il funzionario civile, responsabile della sicurezza
sulla piazza, non può ordinare direttamente ai carabinieri le operazioni da svolgere, ma deve passare
attraverso l'ufficiale o, in alcuni casi, attraverso un sottufficiale, con la conseguenza
dell'impossibilità di dare ordini quando nelle fasi più concitate l'intermediario sia lontano da lui
(16).
Si sarebbe potuto riflettere sui limiti della nostra democrazia politica, sul modo in cui allargarla a
nuovi soggetti, a nuove idee, a nuovi valori.
Così non è stato, soprattutto perché sono prevalse in settori della maggioranza la chiusura ad ogni
critica e la tendenza ad utilizzare a fini di parte le vicende di Genova.
5. Le scelte contraddittorie
Dai lavori del Comitato è emerso il quadro confuso di un miscuglio di scelte politiche
contraddittorie che hanno disorientato gli operatori di polizia, non hanno contrastato e isolato i
violenti, non hanno garantito i manifestanti pacifici, hanno avallato le violenze di appartenenti alle
forze dell'ordine nei confronti di manifestanti inermi e nei confronti di giovani arrestati, non hanno
riconosciuto il comportamento civile della grande maggioranza dei manifestanti e delle diverse
forze di polizia.
Hanno nuociuto soprattutto quattro fattori:
a) L'assoluta ed esclusiva prevalenza data, dal Ministro degli Interni, alla tutela della zona rossa;
b) il tentativo del centro destra, dopo i fatti di Göteborg, ed ancora di più dopo i fatti di Genova, di
prendere le distanze dalla scelta di questa città come sede del vertice;
c) la fuga di notizie incontrollate provenienti dai servizi di sicurezza, idonee ad esasperare la
tensione prima del G8;
d) il tentativo della componente più estremista della maggioranza di aprire una lacerazione tra forze
dell'ordine e società civile.
6. Il Genoa Sociale Forum e le sue componenti
Il Comitato ha inoltre analizzato il ruolo del Genoa Social Forum e delle sue varie componenti.
Il movimento è una realtà assai complessa. Vi si riconoscono più di 700 sigle associative e non c'è
un'unità di progetto politico.
Le componenti principali sono due.
La prima è contro la globalizzazione in quanto tale e comprende tipi di motivazioni assai diverse tra
loro. Una prima motivazione è nettamente anticapitalistica ed antiamericana; coglie soltanto i limiti,
i vizi e i rischi del capitalismo e del modello di vita americano senza coglierne gli aspetti positivi.
Una seconda motivazione si pone agli antipodi della prima; ha un carattere localistico, di chiusura e
ripiegamento sulle radici tradizionali, ha paura del «meticciato»e della perdita di identità che
inevitabilmente la globalizzazione porta con sé ed intende rifugiarsi nei mondi delle piccole
comunità locali, nei valori delle piccole appartenenze. La Lega Nord, come è emerso più volte in
Parlamento, è l'espressione italiana di questi orientamenti; avrebbe voluto addirittura marciare
contro il vertice di Nizza, e rinunciò solo in forza dell'accordo elettorale con Forza Italia. Così
anche quelle associazioni contadine, in particolare francesi, che protestano contro le barriere
doganali ai propri prodotti, ma invocano le stesse barriere contro i prodotti altrui.
La seconda componente si impegna per un'altra globalizzazione, dal volto umano, estesa ai diritti ed
alle libertà civili e religiose, non limitata al mercato e all'informazione. Questi movimenti colgono
gli aspetti positivi della globalizzazione e vogliono estenderli a coloro che ne sono esclusi. La parte
più idealista, che comprende anche un'anima religiosa, invoca giustizia tra i popoli, lotta contro la
povertà, la fame, le malattie e la sete, l'analfabetismo, e chiede la globalizzazione dei diritti e dei
valori civili. La parte più politica si interroga su come ottenere questi obbiettivi e propone la
riforma democratica dei grandi organismi internazionali.
Nelle iniziative del movimento, inoltre, si inseriscono a volte, senza farvi strategicamente parte,
provocatori, anarchici insurrezionalisti, gruppi eversori e violenti di diversa collocazione politica,
black blockers, che utilizzano parassitariamente le manifestazioni per attaccare le forze di polizia,
fare opera di provocazione, distruggere beni che essi ritengono simboli della società che avversano.
A causa di questa complessità, e dell'impossibilità di riduzione ad unum dell'intero movimento, non
si possono attribuire a tutte le componenti del movimento linguaggi e comportamenti propri di
alcune di esse.
Tuttavia alcuni gruppi di manifestanti non hanno né isolato né condannato le violenze, si sono
avvalse di un linguaggio aggressivo, non hanno segnato con nettezza il confine che esiste tra la
disobbedienza civile e la violenza, hanno tenuto comportamenti ambigui, come la riproduzione
davanti alle telecamere delle tecniche di violazione della zona rossa.
Tutto ciò ha contribuito ad alimentare il clima di tensione, ha incoraggiato taluni all'aggressività ed
ha fornito alle componenti più estremiste della maggioranza parlamentare il pretesto per dare
un'immagine violenta di tutto il movimento.
Il dr. Agnoletto, portavoce, del GSF ha ammesso l'errore dell'uso di un linguaggio violento (seduta
del 6 settembre 2001, p. 79 del fascicolo).
Luca Casarini, portavoce delle «tute bianche», ha spiegato al Comitato il comportamento della
propria componente del GSF senza la consapevolezza della scarsa consistenza, nella pratica, dei
confini tra i comportamenti da lui definiti di «disobbedienza civile» e la violenza vera e propria.
Tuttavia la responsabilità di alcune componenti del GSF non è di per sé idonea a cancellare o
ridurre le responsabilità del governo e di chi era responsabile in loco della pubblica sicurezza.
Era infatti ampiamente noto a tutti che Genova, è la stessa cosa sarebbe valsa per qualunque altra
città (17), sarebbe stata attaccata da gruppi violenti.
Infatti prima di Genova altre manifestazioni avevano fatto presagire le difficoltà nelle quali ci si
sarebbe imbattuti.
A Seattle si svolse dal 30 novembre 1999 al 4 dicembre 1999 la terza conferenza ministeriale del
WTO e contemporaneamente si tenne la prima manifestazione di protesta contro la globalizzazione
economica. Parteciparono circa 50 mila manifestanti da tutto il mondo e le proteste impedirono lo
svolgimento della cerimonia inaugurale della conferenza. A causa degli scontri il Sindaco della città
impose il coprifuoco e furono arrestate circa cinquecento persone.
A Praga si svolse dal 26 al 28 settembre 2000 la riunione annuale del Fondo monetario
internazionale e della Banca Mondiale. Alle manifestazioni rivolte contro le politiche del Fondo
monetario internazionale e della Banca mondiale parteciparono circa 5.000 giovani da tutta Europa.
La protesta condotta dall'ala dura del movimento scatenò una guerriglia urbana, con lancio di
molotov, cariche delle forze dell'ordine, lancio di lacrimogeni, barricate e cassonetti in fiamme. Ci
furono 60 feriti e alcuni fermati.
A Genova si tenne nel maggio 2000 la prima mostra convegno internazionale sulle biotecnologie:
Tebio. Sessantadue espositori e mille convegnisti di 6 paesi vennero contestati da più di tremila
manifestanti. I gruppi pacifici, con la sigla Mobiltebio che raccoglie
500 associazioni manifestano senza disordini. Controtebio (anarchici) e alcuni centri sociali
manifestano in modo aggressivo. I gruppi violenti si scontrano con la polizia agli ingressi della
mostra. Il bilancio fu di una ventina di feriti, due arrestati ed alcuni danni alle cose.
A Nizza si tenne dal 7 all'11 dicembre 2000 il Consiglio europeo; per la prima volta un incontro
istituzionale dell'Unione Europea venne accompagnato da episodi di protesta violenta. Alcune
centinaia di giovani dell'ala dura del movimento anti globalizzazione distrussero nella mattinata del
7 negozi, incendiarono una banca, affrontarono con sassaiole le forze dell'ordine; la polizia sparò
proiettili di gomma e lanciò lacrimogeni. Furono circa quaranta gli arrestati. Nel pomeriggio dello
stesso giorno si tenne senza incidenti un convegno del movimento federalista europeo.
A Göteborg dal 14 al 15 giugno 2001 si tennero il Consiglio europeo e il vertice tra Unione Europea
e Stati Uniti. Manifestarono circa novemila persone. La città fu teatro di duri scontri tra gruppi di
manifestanti e forze dell'ordine. Negli scontri venne gravemente ferito un ragazzo. Furono circa 600
gli arrestati di cui 8 vengono processati per direttissima.
Questi precedenti avrebbero dovuto condurre nella gestione pratica dell'ordine pubblico a
distinguere tra violenti e non violenti. Ma la repressione a Genova si è rivolta prevalentemente
contro gli inermi ed invece i gruppi violenti sono stati prevalentemente lasciati agire.
In una scena ripresa da una emittente televisiva locale, TeleGenova, si vede chiaramente un
cittadino, in Corso Torino, dove erano state appena effettuate devastazioni, che, impaurito per il
disordine, giunge ad inveire contro le forze dell'ordine chiedendo il loro intervento a tutela della
città per evitare che i cittadini siano costretti a difendersi da soli. Il cittadino è visibilmente
esasperato, tanto che alcuni poliziotti si avvicinano cortesemente a lui per calmarlo.
7. La principale responsabilità del Ministro dell'interno
Il ministro Scajola ha indicato nel suo intervento in Comitato, e quindi dopo l'evento, i cinque
obbiettivi che il governo intendeva garantire a Genova: a) assicurare il regolare svolgimento del
vertice, garantendo ai Capi di Stato, ai Capi di Governo e a tutte le delegazioni di partecipare in
condizioni di completa sicurezza; b) tutelare i diritti dei cittadini che erano a Genova, l'incolumità
della città e dei beni dei privati; c) garantire la libertà di manifestazione durante le giornate della
conferenza a tutti coloro che avessero espresso le loro opinioni pacificamente e nel rispetto delle
leggi; d) agire con il massimo rigore nell'azione di contrasto verso i violenti che avessero tentato di
turbare il regolare svolgimento del vertice; e) offrire piena fiducia all'azione delle forze dell'ordine.
È stato conseguito soltanto il primo dei cinque obbiettivi. Ma non sono stati tutelati né la città di
Genova, né la libertà di manifestazione pacifica, né è stata assicurata la repressione dei violenti. È
stata messa a rischio la fiducia dei cittadini nelle forze di polizia.
Sono quattro fallimenti gravi determinati dal fatto che in verità l'unica reale priorità era costituita
dalla cosiddetta difesa della zona rossa. Tutto il resto era considerato secondario ed accessorio.
La scelta di concentrare le forze di polizia nella zona rossa ed attorno a questa zona, rinunciando a
presidiare l'intero territorio della città con la medesima cura, ha permesso ai violenti di
spadroneggiare, ha impedito ai reparti delle forze dell'ordine di svolgere un'azione serena e ferma di
controllo del territorio e li ha costretti ad inseguire disordinatamente i manifestanti, di modo che
sono stati i più violenti tra loro a determinare con le distruzioni gli spostamenti delle forze
dell'ordine.
D'altra parte l'obbiettivo prioritario per il governo, lo era anche per le forze dell'ordine; in assenza di
una ordinata e previdente distribuzione delle forze sul territorio, ciascun reparto era
responsabilizzato a non creare condizioni che potessero mettere a rischio la zona rossa. Ciò forse
spiega alcune singolarissime inerzie.
Fatto sta che il Ministro ha ritenuto di difendere i capi di stato e di governo prevalentemente con la
presenza delle forze di polizia, nulla di più giusto, e di difendere i genovesi prevalentemente
attraverso il dialogo con gli esponenti dei manifestanti, niente di più sbagliato. Il dialogo era utile,
anzi necessario, ma per ragioni di ordine civile, non per ragioni di ordine pubblico. Era ed è giusto
consentire ad un movimento, che pone grandi straordinari problemi all'attenzione di noi tutti, di
poter esprimere liberamente le proprie posizioni. Ma la gestione contrattata dell'ordine pubblico è
possibile solo quando le manifestazioni sono indette e gestite da organizzazioni omogenee e con
una riconosciuta capacità di tenuta della piazza. Nella specie il GSF, proprio per rappresentare oltre
700 organizzazioni dagli orientamenti ideali più diversi, per la prima volta tutte insieme alla prova
della manifestazione di piazza, non aveva né poteva avere le caratteristiche di tenuta proprie delle
forze politiche o sindacali tradizionali.
Inoltre il Ministro, aveva tutte le informazioni necessarie per prevedere quello che sarebbe
accaduto. Ma nulla ha fatto per difendere Genova e i genovesi, forse sulla base dell'erroneo e non
responsabile calcolo che i disordini nella città avrebbero comunque trattenuto i manifestanti lontano
dalla «zona rossa».
Il ministro dell'Interno, in base alla legge sulla riforma della polizia (121/81), è «responsabile della
tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica», «adotta i provvedimenti per la tutela dell'ordine e della
sicurezza pubblica», emana non solo «direttive» ma anche specifici «ordini» nei confronti del
dipartimento di pubblica sicurezza.
Si può discutere di queste forme di responsabilità in capo ad un'autorità politica; alcune di queste
previsioni vanno riviste, come noi proponiamo più avanti. Ma oggi lo statuto del Ministro
dell'Interno è quello definito dalla legge. Ai doveri, che da quello statuto derivano, l'on. Scajola è
venuto meno.
I lavori del Comitato hanno messo in luce inoltre come nella maggioranza e nello stesso governo
siano emerse differenze e contraddizioni che hanno concorso a disorientare l'opinione pubblica e le
forze di polizia.
Il 9 maggio il presidente della Regione Biasiotti dichiara a La Stampa: «Genova non può
permettersi di ospitare le manifestazioni degli antiG8 nei giorni del summit».
Su Il Corriere della Sera del 3 giugno l'on. Frattini, che sarà ministro della Funzione pubblica nel
governo Berlusconi, sostiene invece la necessità del colloquio.
Anche dopo Göteborg le valutazioni divergeranno. Mentre il Presidente del Consiglio insisterà sul
tema dell'allarme e della paura, il ministro degli Esteri riferirà al Comitato, rispondendo ad una
domanda dell'on. Boato, che dopo Göteborg si manifesta la consapevolezza che la protesta
conteneva
«elementi che rappresentavano valori nuovi e vecchi, ma che nessuno poteva mettere in
discussione, come i diritti umani, i diritti dei lavoratori, la protezione dei bambini, l'ecologia, la
protezione dell'ambiente, la lotta alla povertà eccetera.... Direi che dopo Göteborg tali argomenti
sono entrati nel dibattito tant'è vero che Göteborg ha avuto forse un'influenza positiva nel
